Giorno: 14 Settembre 2020

Tajani: per ripartire ritornare ai valori fondanti – intervista di “Gli agricoltori veneti” – 14/09/2020

,

Presidente Antonio Tajani, la pandemia COVID-19 da un lato ha messo a nudo la fragilità della coesione fra gli Stati dell’Ue con l’emergere di egoismi nazionalistici, talvolta sopiti, altre volte manifesti con contrapposizione di interessi di parte; dall’altro, anche se con qualche ritardo, la capacità di mettere in campo importanti interventi di sostegno economico. Certamente l’emergenza sanitaria ed economica provocata dalla pandemia impone un cambio di passo.
Da 70 anni l’Europa non affrontava una crisi di queste dimensioni. Non c’è in gioco un accordo economico o un regolamento.
È in ballo la stessa idea di Unione europea e il ruolo delle Istituzioni per tutelare i cittadini. Oggi, le conseguenze economiche della crisi generata dal Covid-19 sono pari a quelle di una guerra. E nel dopoguerra, cosa hanno fatto i Padri fondatori dell’Ue? Hanno messo da parte appartenenze nazionali e hanno disegnato un futuro comune. In questa Unione molte cose vanno cambiate. Ma non c’è dubbio che la risposta va trovata insieme, non Stato per Stato. Oggi, nessun singolo Stato membro può rispondere da solo alle sfide che giganti come Cina, Russia, Stati Uniti, India rappresentano per le nostre imprese e per i nostri lavoratori. La globalizzazione è un dato di fatto. Nell’economia globale, vince chi sa dare le riposte migliori alle sfide di cambiamento che i cittadini e le imprese chiedono.
In questo, l’Europa deve giocare un ruolo da protagonista. Voglio essere ottimista, anche perché, negli ultimi mesi, sono stati fatti molti importanti passi avanti. C’è una distanza abissale fra le prime risposte timide di Christine Lagarde e il Piano di Ripresa disegnato da Ursula von der Leyen. Ora spetta a noi farci trovare preparati per le opportunità che l’Ue ci offre.

L’Ue si trova a dover affrontare delle sfide epocali che segneranno fortemente il prossimo futuro. Secondo lei, l’Europa deve riscoprire lo spirito ideale e i valori dei padri fondatori per avviare un nuovo percorso di crescita?
Ritornare alle origini, recuperando la nostra identità e i nostri valori di solidarietà è questa la strada per ripartire. Oggi i cittadini europei vivono un senso di timore per il proprio futuro e per quello dei loro figli. Compito della buona politica è dare risposte concrete alle loro preoccupazioni e timori. L’Unione deve tornare ad essere il valore aggiunto per famiglie ed imprese. Serve avere la stessa visione strategica e volontà d’animo che avevano le generazioni che ci hanno preceduto. Il processo di integrazione è una storia di successo. Il bilancio storico è positivo: i benefici per i cittadini in termini di pace, democrazia, libertà e prosperità sono innegabili. Il periodo dal dopoguerra ad oggi è stato, complessivamente, il più felice e quello di maggior successo della storia europea. La realizzazione di un grande spazio di libertà economiche e civili ha contribuito a creare milioni di posti di lavoro, al benessere diffuso, a un’economia e ad una società aperta e creativa. L’economia sociale di mercato, dove il mercato è un mezzo finalizzato a creare lavoro e migliorare il tenore di vita, ha garantito opportunità, ascensori sociali e ridistribuzione del reddito. Basti pensare che nel 1957 i poveri rappresentavano il 41% della popolazione europea e la classe media il 50%. Dalla firma dei Trattati, il PIL Ue pro capite è cresciuto di oltre 4 volte, contribuendo a una riduzione delle disuguaglianze sociali senza precedenti nella storia dell’umanità. Da questo dobbiamo ripartire.

Quali sono i temi critici che stanno ostacolano una maggiore coesione fra i Paesi membri? Come possono essere risolti?
È indubbio che, dalla crisi del 2008, la rotta si è invertita. La crisi finanziaria è diventata economica, con pesanti conseguenze. Flussi migratori, spesso incontrollati, e la manodopera a basso costo hanno penalizzato soprattutto le fasce più deboli. Le stesse che, nelle periferie, vivono a contatto con esclusione e disagio sociale. Questo ha alimentato un senso d’insicurezza e angoscia per il futuro. La paura porta a rinchiudersi e al rigetto del modello di società aperta promosso dall’Occidente. Muri, frontiere, nazionalismi politici ed economici,
appaiono antidoti rassicuranti ad una globalizzazione che sembra essere sfuggita al controllo dei cittadini. Trump, la Brexit, l’emergere di sovranismi autoritari, il populismo dilagante nei partiti europei, sono sintomi di questo malessere. In questi ultimi anni, rivoluzione tecnologica, libera circolazione dei capitali e mercati sempre più aperti hanno senz’altro favorito la crescita e la competitività. Ma hanno anche creato una concorrenza al ribasso su condizioni di lavoro, fisco o standard ambientali. Appare sempre più evidente che l’attuale modello di società aperta e non ha portato solo vincitori. Prima del Covid-19, in Europa 24 milioni di persone tra i 15 e i 34 anni non studiavano e non lavoravano. 118 milioni di europei – il 24% della nostra popolazione – era a rischio povertà o esclusione sociale. Oggi c’è molto da fare. Tuttavia, la risposta non è chiudersi nei recinti nazionali ma più Europa- una Europa diversa, più politica, solidale, vicina ai cittadini. Non quella dei burocrati.

Presidente Antonio Tajani, la Commissione Affari Costituzionali ha invitato la Commissione Affari esteri, che è competente nel merito, a inserire dei punti importanti per il raggiungimento di un accordo fra l’Ue e il Regno Unito dopo la Brexit? I negoziati dovrebbero concludersi entro il 31 ottobre 2020 per consentirne l’entrata in vigore il primo gennaio 2021. A che punto sono le
trattative?
Come membro del gruppo di coordinamento del Parlamento europeo per i negoziati fra Ue e Regno Unito, seguo con preoccupazione lo
svolgersi dei negoziati. La scorsa settimana, dopo il settimo ciclo di trattative, il capo negoziatore Ue Michel Barnier si è detto “deluso
e preoccupato”. Il tempo stringe. Da parte nostra, ci sono alcuni nodi cruciali sui quali le posizioni fra le parti sono ancora distanti.
Dall’accordo sulla pesca alla cooperazione in materia giudiziaria e di polizia, dalla sicurezza alla tutela dei diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito: su questi punti non abbiamo intenzione di transigere. Un accordo commerciale è come un matrimonio: serve la volontà delle due parti. In questo, da parte inglese, non vedo progressi significativi. La posizione di Bruxelles è chiara. Come ha ricordato la Presidente della Commissione von der Leyen, noi vogliamo un accordo forte, nell’interesse di imprese e lavoratori, che tuteli i nostri marchi e prodotti di qualità, ma non possiamo sacrificare quelli che per noi sono principi irrinunciabili. In questo, le prossime
settimane saranno decisive.

Secondo lei, quali sono i punti inderogabili per l’Ue? Per l’agricoltura, ad esempio, è fondamentale la protezione delle indicazioni
geografiche dei prodotti, gli standard produttivi e igienico sanitari, il divieto alla concorrenza agroalimentare sleale, ecc.
Nei negoziati con il Regno Unito, ma più in generale in tutte le politiche europee, l’agricoltura è da sempre il settore più importante,
basti pensare che la PAC era inserita già nel Trattato di Roma del 1957. Gli investimenti di questi anni, le abilità degli imprenditori del settore hanno fatto dell’Europa il leader mondiale in agricoltura, per qualità di prodotti, sicurezza alimentare, innovazione. Oggi, circa 22 milioni di europei lavorano in questo settore. Ogni anno, tanti giovani scommettono sull’imprenditoria agricola. Dobbiamo continuare ad essere leader per qualità, innovazione e sostenibilità. Per fare questo dobbiamo mettere le nostre imprese in grado di cogliere i benefici e le opportunità del digitale. Le nuove tecnologie sono la chiave per rendere il comparto agricolo più competitivo. Oggi in Italia, l’agricoltura 4.0 è già una realtà, un mercato da 100 milioni di euro. Le oltre 300 innovazioni tecnologiche che gli imprenditori del
settore hanno sviluppato, dai sensori ai droni, al packaging intelligente, sono a beneficio di tutta la filiera e dei consumatori. Il nostro
Paese, la vostra Regione in particolare, è all’avanguardia per nuovi modelli produttivi che sanno coniugare sostenibilità e ricerca scientifica. Dobbiamo, però, fare di più e meglio. Noi vogliamo un’agricoltura moderna e competitiva, in grado di sostenere i giovani imprenditori e le loro innovazioni. La sfida è anche nei negoziati sulla Brexit (tutela delle indicazioni geografiche dei prodotti, standard di sicurezza alimentare e sanitaria, tutela dalla concorrenza agroalimentare sleale). Per questo, il Parlamento europeo si è battuto per risolvere la questione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Siamo per il libero mercato, ma sono necessari controlli rigidi sule merci provenienti dal Regno Unito per tutelare i nostri agricoltori e la salute dei consumatori.
Più in generale, il Parlamento si è speso per tutelare la Politica agricola comune nel nuovo bilancio. La delegazione di Forza Italia a Bruxelles si è opposta con forza ai tagli proposti dalla Commissione, la cui proposta tagliava del 4% i pagamenti diretti (144 milioni di euro
l’anno) e di oltre il 15% sullo sviluppo rurale (230 milioni l’anno). La stessa decisione di rinviare di due anni la riforma della PAC consente di prorogare i fondi europei attuali, con norme che agevolano una transizione graduale. È fondamentale garantire il mantenimento dei pagamenti agli agricoltori per stabilizzare il settore, fortemente colpito dal Covid-19. Abbiamo dato alle imprese agricole gli strumenti adatti per far fronte ai rischi aziendali e alle crisi di mercato.

Lei, oltre ad essere Presidente della Commissione per gli Affari Costituzionali del Parlamento europeo è anche Vice presidente di
Forza Italia, ha quindi un’ampia visione sia europea sia nazionale. Cosa si dovrebbe attuare in Italia per far ripartire l’economia nel
nostro Paese?
Abbiamo di fronte una sfida epocale: l’Italia deve saper utilizzare al meglio tutti gli strumenti messi a disposizione dall’Ue nei prossimi anni. Da un lato, infatti, è fondamentale che la Banca centrale europea continui la politica di acquisto dei titoli di Stato (il programma di acquisti vale 1350 miliardi di euro per il 2020). Ma anche il Governo deve fare la sua parte: serve da subito presentare un credibile e solido piano di riforme per usufruire del Recovery Fund. Per l’Italia questa deve essere l’occasione per un rilancio vero degli investimenti nelle infrastrutture, nel digitale, nella ricerca e per promuovere quelle riforme di cui abbiamo urgente bisogno, da quella della burocrazia a quella della giustizia. Basti pensare che la lentezza nei procedimenti civili arreca un danno di 2 punti al nostro Pil. È sempre più urgente una riforma del sistema fiscale con la flat tax. Solo una drastica riduzione delle tasse può mettere imprese e professionisti in condizioni di ripartire in tempi brevi. Oltre a questo, serve una semplificazione di tutte le procedure burocratiche che rappresentano un fardello enorme per imprese piccole, medie e grandi. Il nostro Paese ha bisogno di una visione complessiva per creare lavoro. Non serve uno Stato assistenzialista, ma una idea di politica economica e industriale che porti crescita e sviluppo. Bene il Governo che ha richiesto accesso a SURE, lo strumento pensato per tutelare i posti di lavoro che servirà a finanziare la cassa integrazione a cui purtroppo oltre metà delle nostre imprese ha dovuto accedere nei mesi scorsi. Ma ora è necessaria attivarsi anche per i 200 miliardi di euro messi a disposizione dalla Banca europea per gli investimenti. Questi finanziamenti servono per dare alle Pmi la liquidità necessaria per affrontare e superare le difficoltà causate dall’emergenza Coronavirus. Infine, l’Italia deve accedere ai fondi del MES. È un prestito pari a 36/37 miliardi di euro a condizioni di favore. Sono soldi che ci costano meno di qualsiasi altro accesso al denaro. Che il nostro sistema sanitario abbia bisogno di fondi per ristrutturare ospedali, aprire nuovi reparti di rianimazione, dotarsi di strumenti medicali tecnologicamente avanzati è sotto gli occhi di tutti. Come è evidente la necessità di assumere nuovo personale medico e sanitario, anche in vista di una seconda ondata di coronavirus. Non capisco la posizione ideologica
di parte del Governo. Investimenti in sanità sono necessari e andranno fatti comunque. Utilizzando il MES, si potrebbero liberare risorse per far ripartire l’economia.

 

E.C. – Periodico bimestrale “Gli agricoltori veneti” – 14/09/2020