Giorno: 16 Dicembre 2020

«Noi alternativi alla sinistra. La crisi? Decide Mattarella» – Intervista a ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’

«Corriamo il rischio di una terza ondata e il Governo si perde in chiacchiere: liti, rimpasti, verifiche. Cose da Prima Repubblica di cui non importa a nessuno».
Non le manda a dire, Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia, che guarda oltre la possibile crisi («il voto non ci fa paura, ma deciderà il Capo dello Stato») e accende i fari sul combinato disposto emergenza sanitaria-economica.
Antonio Tajani, cosa la preoccupa di più?
«Il Coronavirus è un nemico subdolo che continua ad avanzare, giorno dopo giorno, mentre chi ci Governa perde tempo prezioso. Il virus non si ferma per aspettare i litigi tra i giallorossi. C’è la crisi sanitaria, quella economica, la vaccinazione di massa, la gestione del Recovery Fund. Insomma non possiamo permetterci di perdere un attimo».
Proviamo a fare chiarezza: qual è il vostro rapporto col Governo?
«Lo riassumo in uno slogan: l’Italia innanzi tutto. Siamo pronti a fare tutto ciò che serve per sostenere gli italiani e la loro salute e impedire che ci sia un crollo dell’economia. Ma per loro, non per garantire vita lunga all’esecutivo».
Nessuna funzione ancillare, dunque?
«Nessuna, siamo e restiamo alternativi alla sinistra. Niente sostegni, né diretti né indiretti. Ripeto, la nostra bussola è solo l’interesse del Paese: quando il Governo ha proposto lo scostamento di Bilancio per misure che dessero un po’ di ossigeno ad autonomi e partite Iva, tra i soggetti più fragili in questa congiuntura, noi ci siamo stati senza indugio. Ma non voteremo la Legge di Bilancio che non incontra la nostra fiducia».
E se il Governo cade che succede? Il centrodestra sembra diviso su questo.
«Se il Governo cade la decisione spetta al Capo dello Stato ma, davvero, indugiare su queste cose è il modo migliore per allontanare gli italiani dalla politica».
Il problema però rimane: voto subito o esecutivo ponte con qualcuno di «buona volontà» come dice Matteo Salvini, magari riferendosi a qualche ex del Movimento 5 Stelle?
«Se dovesse accadere il centrodestra, unito, rifletterà e deciderà che cosa fare. Il voto non ci fa paura ma è inutile ragionare di ipotesi e categorie dello spirito. Sono esercizi senza senso».
Proviamo un esercizio utile, allora: il Recovery Fund è davvero la «leva» in grado di rimettere in piedi il Paese?
«Assolutamente sì, è la più grande iniezione di denaro mai vista ma non è detto che quei soldi, oltre 200 miliardi, arrivino realmente. Servono, da un lato, progetti credibili e, dall’altro, le riforme cruciali che ci chiede l’Europa: fisco, giustizia, burocrazia, mercato del lavoro. C’è bisogno di un progetto ampio».
E questo progetto ampio come si costruisce? Con i supermanager e i tecnici?
«L’indicazione del governo non convince affatto. Bisogna mettere al lavoro la politica coadiuvata dalle migliori menti, non creare una struttura gigantesca con amici degli amici. Per questo noi abbiamo proposto una Bicamerale per le riforme. Un altro caso in cui non ci sottraiamo al confronto senza contaminazioni di alcun tipo».
Che ne pensa del Plan messo a punto dal Governo per disegnare gli indirizzi di spesa?
«Mi sembra molto, troppo generico. Sono solo i capitoli di un libro ma poi il libro bisogna scriverlo».
E il Sud che peso dovrebbe avere in questo libro?
«Ha fatto bene il governatore lucano Bardi a sollecitare la centralità del Sud nel Piano. Ricordo che uno dei motivi che giustificano una tale iniezione di denaro è proprio la necessità di ridurre le disuguaglianze territoriali fra le aree del Paese».
Che tradotto in pratica significa?
«Significa infrastrutture, digitalizzazione, modernizzazione, banda larga, 5G. Significa creare opportunità, basta con il reddito di cittadinanza. Significa mettere tutto il Paese in grado di correre. È questa la sfida nella consapevolezza che il grande tema, in questi ultimi anni, è stata l’incapacità di spendere i soldi destinati al Mezzogiorno. Stavolta bisogna spendere e spendere bene».
Alla sanità il piano riserva appena 9 miliardi e parte della maggioranza non vuole acquisire le risorse del Mes sanitario. Come se ne esce?
«Qui vorrei lanciare un appello al di là di ogni polemica perché la situazione è molto delicata. Durante la prima ondata cercammo in tutti i modi di avvertire il Governo sui rischi della seconda, trasmettendo e rendendo pubblico un rapporto Tecné che proprio la Gazzetta del Mezzogiorno riprese per prima. Nessuno ci ascoltò. Ora facciamo la stessa cosa con possibile la terza ondata nella speranza che il nostro grido non si perda. Siamo l’opposizione, oltre a rivolgerci a chi governa e a sollecitarlo non possiamo fare altro. Ma il nodo è dirimente».
Pensa che non ci sia programmazione?
«Direi proprio di no. Si naviga a vista. La sanità italiana avrebbe enorme bisogno di essere potenziata sia dal punto di vista territoriale sia da quello delle strutture Covid dedicate. La linea di finanziamento del Mes sanitario, 37 miliardi a condizioni di mercato estremamente vantaggiose, è più che necessaria in questa fase. Quei soldi sono lì da giugno: si poteva programmare, investire, innovare, creare un ospedale Covid ogni 500mila abitanti. Nulla».
Avete invece bocciato la riforma del Salva-Stati. Perché? Qualcuno vi ha accusati di anti-europeismo.
«È tutto il contrario. Abbiamo votato no perché quella PIM 1,71 riforma era troppo poco europeista: non c’è controllo del Parlamento europeo e si riduce il ruolo della Commissione. Perché la Lagarde, presidente dalla Bce, è tenuta a confrontarsi con l’Aula e chi guida il Mes no? E poi l’assegnazione dei fondi è legata alla ristrutturazione del debito con annesso rischio Troika. Insomma, quella riforma non va bene».
Adesso si immaginano nuove strette per Natale. Condivide?
«È la scienza che deve indicare la strada migliore. La politica però è tenuta a fornire indicazioni chiare: non possono cambiare le regole ogni cinque minuti e poi accusare i cittadini di comportarsi in modo irresponsabile. È assurdo. Hanno chiuso le palestre e le piscine e poi permesso ai giovani di accalcarsi all’uscita dei pub o radunarsi come è successo al Pincio con tutte le conseguenze che abbiamo visto».
L’altro capitolo delicato è quello degli spostamenti.
«Altro esempio calzante sulla scia dei precedenti. Posso girare per Bari che è una grande città del Sud ma non posso spostarmi da un paese all’altro in Basilicata con una distanza fra i due che, magari, è di appena 300 metri. Ci vuole serietà. La mobilità tra i piccoli Comuni deve essere assicurata».
Infine, lei si vaccinerà?
«Certamente sì, appena sarà possibile. Lo farò pubblicamente e invito tutti i personaggi noti del mondo del giornalismo, dell’arte, dello sport e della politica a fare altrettanto. È tempo di inviare un segnale chiaro».