Categoria: Interviste

“I transfughi finiscono male. Serve il vincolo di mandato” – Intervista a ‘Il Messaggero’

Presidente Tajani, è sotto gli occhi di tutti l’esplosione nucleare del centrodestra. La vede anche lei?
«Non è questa la realtà. Non siamo mica un partito unico. Siamo una coalizione nella quale ognuno ha la sua sensibilità e il suo linguaggio. Forza Italia ha nel suo Dna l’essere una opposizione responsabile, sempre e ancora di più in questa fase di emergenza nazionale. Noi lavoriamo per l’Italia. Non ci interessano né i giochi politici né le polemiche».

Ma Salvini dice che siete degli inciucisti.
«Lasciamo perdere le battute. La sostanza è che ci sono posizioni diverse tra di noi e questo è fisiologico, non significa divisione o guerra. Anzi rappresenta la nostra ricchezza. Guai a cadere nel gioco di chi vuole spaccare la nostra coalizione. Se emerge l’identità delle singole forze politiche, non significa che non c’è più unità. Forza Italia è un partito cristiano, europeista, riformista, liberale, garantista».

E’ garantista anche Salvini che inneggia al giudice Gratteri, perché ha arrestato il presidente forzista del consiglio regionale in Calabria?
«Salvini può essere ciò che vuole. Noi siamo garantisti con tutti, con noi stessi, con gli avversari e con gli alleati».

Ma la coabitazione tra voi e la Lega non diventerà sempre più impossibile, se Berlusconi continua a mandare messaggi a Conte e riceverne?
«Noi abbiamo soltanto risposto positivamente all’ennesimo appello del Capo dello Stato. E ci siamo detti disponibili a lavorare per l’Italia, senza minimamente avere intenzione di entrare nella maggioranza e nel governo».

Intanto Brunetta, a dispetto delle aspettative, non sarà il co-relatore della legge di bilancio.
«L’importante è scrivere insieme la manovra. Il che significa che la maggioranza deve accettare le nostre proposte. Tenendo ben distinti i campi, noi nel nostro e la sinistra nel suo. Del resto tutto il centrodestra finora ha votato i precedenti scostamenti di bilancio».

Lo farete anche mercoledì al Senato?
«Vedremo i contenuti e le proposte. Noi chiediamo che lo scostamento sia di almeno 50 miliardi. Avere proposte per difendere il lavoro, salvare le imprese, tutelare i liberi professionisti e partite Iva non significare affatto fare accordi sottobanco».

Salvini non la vede così.
«L’inciucio non c’è e non ci sarà mai. Siamo alternativi alla sinistra e non possiamo andare insieme a chi ha una visione opposta alla nostra».

Sulla norma salva Mediaset però la visione del governo coincide con la vostra.
«Tutelare le aziende italiane dalle scalate delle imprese straniere è stato chiesto dall’ultimo documento del Copasir, del 5 novembre. I rischi ci sono anche per le banche e per le assicurazioni».

La Lega vede solo fantasmi, allora?
«Noi non accettiamo polemiche su cose che non esistono».

Sulla base di questo però Salvini vi ruba parlamentari. Come reagire?
«Chi vuole andare vada. Io sono favorevole al vincolo di mandato. E poi cambiare casacca non ha mai portato bene a chi lo ha fatto».

Ma perché pezzi di Forza Italia vanno sul Carroccio, perché il vostro partito sta affondando?
«Macché affondando! Chi cambia partito in questo momento è preoccupato solo del taglio dei parlamentari».

Le tensioni nel centrodestra sembrano portare altro stallo nello stallo sulla scelta del candidato sindaco di Roma. E’ così?
«I tempi li stiamo rispettando. A fine novembre avremo il nome giusto».

Su Bertolaso si registrano raffreddamenti nei vostri alleati.
«Veti non ce n’erano prima e non ce ne sono ora. Ci rivedremo per decidere. Roma naturalmente è una priorità per l’Italia. Dovrà essere il simbolo della ripresa industriale, turistica, commerciale dell’intero Paese. Vedere il centro di Roma così svuotato dà una profonda tristezza. Ma anche la forza per dirsi che proprio da qui, appena la pandemia sarà superata, deve ricominciare tutto per tutti».

«Banche, stop alle nuove regole». Intervista al Quotidiano Nazionale

Presidente Tajani, dal primo gennaio scattano nuove regole per i crediti deteriorati: non solo diventa più complicato per le banche concedere liquidità, ma c’è il rischio che basti un mancato pagamento da parte di una famiglia o di un’impresa per produrre effetti disastrosi fino al fallimento. Che cosa si può fare?
«Occorre sospendere subito le nuove regole fino alla fine della crisi Covid come si è fatto per il Patto di stabilità. E in seguito intervenire per vedere se è possibile renderle più flessibili».
Lei ha inviato una lettera ai vertici Ue per sollecitare un intervento, ma finora Bruxelles si è mostrata poco sensibile.
«Ecco perché ritengo utile che, al mio lavoro, si affianchi quello del governo italiano».
Come?
«A livello nazionale dovrebbe prorogare le garanzie dello Stato ai prestiti che le banche danno alle imprese contenute nel decreto liquidità, ma, soprattutto, dovrebbe battersi in Europa perché si sospendano le regole sugli accantonamenti di capitale previsti per le banche, si introducano deroghe al nuovo meccanismo per cui cade in default chi ha un debito arretrato di 90 giorni anche per soli 100 euro, limite che sale a 500 euro per le aziende, e allungare i tempi per il calcolo degli impatti nella cessione dei crediti deteriorati».
Ritiene che la pandemia abbia un peso sui crediti tale da giustificare un intervento simile a quello sul patto di stabilità?
«Assolutamente sì. Tanto a livello europeo che a livello nazionale il valore dei crediti deteriorati è destinato a raddoppiarsi. Per questo chiediamo di distinguere tra i crediti che sono davvero tali perché hanno il 5% di possibilità di essere pagati in quanto il debitore è sparito o l’azienda è fallita, e quelli che solo apparentemente sono deteriorati, ovvero che non riescono a essere saldati in tre mesi perché il debitore causa Covid è in temporanea difficoltà perché ha dovuto chiudere l’azienda, o magari attende che lo Stato saldi il suo debito con lui e così via».
È una battaglia che l’Italia è destinata a combattere da sola?
«No. È vero che molti paesi non la pensano come noi ma altri, dal Portogallo a Cipro, condividono la nostra battaglia».
Una battaglia che vede l’Abi, l’Associazione bancaria italiana, in prima linea.
«Voglio essere chiaro: qui non si tratta di difendere le banche. ma i soldi di tutti i cittadini che devono essere messi in circolo per dare prestiti a famiglie e imprese e favorire così la crescita. Se non interveniamo, c’è il rischio che crolli tutto. Non è un caso che persino il Copasir ha dedicato diverse pagine della relazione sulla tutela degli asset strategici nei settori bancari e assicurativi inviata il 5 novembre ai presidente delle Camere alla questione dei crediti deteriorati. In quelle pagine c’è scritto che questa bomba a orologeria da centinaia di miliardi rappresenta, cito, «un grave rischio sistemico che potrebbe alimentare una spirale recessiva». Ma c’è di più: il Comitato per la sicurezza sottolinea pure che queste norme potrebbero spingere le nostre banche a cedere i crediti a condizioni molto svantaggiose, di cui fondi e soggetti speculatori stranieri potrebbero facilmente approfittare».
Condivide la proposta del Presidente del parlamento europeo, Sassoli, di cancellare il debito degli stati membri verso la Bce?
«Non credo sia praticabile».
Ma l’intervento sui crediti deteriorati è una delle condizioni che Forza Italia mette per dare una mano al governo?
«È una battaglia che noi abbiamo sempre fatto a fianco delle imprese. Ed è uno dei punti chiave per rilanciare l’Italia che presenteremo oggi e che poniamo con forza sul tavolo parlamentare del dibattito sul bilancio».

Crediti deteriorati. La mia proposta in Europa per aiutare famiglie e imprese.

Non possono essere i più deboli a pagare colpe che non hanno. Il Covid mette a dura prova la capacità di famiglie e imprese di ripagare i propri debiti in tempo. Per questo, oltre alle moratorie, deve essere modificata la normativa sui crediti deteriorati. In questo contesto economico e sociale, 90 giorni di mancati pagamenti sono troppo pochi per qualificare un credito come deteriorato.

Vanno modificate anche le norme sui requisiti patrimoniali delle banche. In tempi duri come questi, il rigore e la rigidità possono avere conseguenze gravi.Servono, invece, buon senso e flessibilità. Le banche devono essere messe in condizione di canalizzare i propri investimenti verso l’economia reale per sostenere imprese, commercianti, agricoltori, liberi professionisti e famiglie.

Ho scritto una lettera al Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, al Vice Presidente esecutivo Dombovskis e ai Commissari McGuinness, Gentiloni e Breton, per metterli in guardia dal rischio di una stretta creditizia per famiglie e imprese.

Eccone il contenuto.👇🏻

<<<Letter to President and Economic Commissioners of the EU Commission on NPL>>> 

«Non serve un governo di unità. Ma scriviamo insieme il bilancio» – Intervista al ‘Corriere della Sera’

Non serve «un governo di unità nazionale» ma «una vera condivisione dei provvedimenti da prendere per salvare il Paese». Quella che «finora non c’è mai stata». E che adesso, secondo Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia, è indispensabile. A partire dalla sessione di Bilancio: «La legge scriviamola insieme».

Si sente grandissima preoccupazione nelle vostre parole. Il clima è cambiato?
«Noi preoccupati lo siamo stati sempre, non abbiamo mai sottovalutato il rischio come invece purtroppo il governo ha fatto».

Cosa si sarebbe dovuto fare prima?
«Sono mesi che diciamo che andava preso il Mes, che sarebbe stato utile per potenziare sanità, trasporti, scuola, sicurezza sanitaria per tutti. Abbiamo trasmesso al governo e reso pubblico un rapporto Tecnè in cui si prevedeva la gravità di quella che sarebbe stata la seconda ondata del virus. Berlusconi ha fatto di tutto per sensibilizzare sulla gravità della situazione, sia prima che dopo che la malattia lo colpisse».

Il virus sembra aver sopraffatto tutti i Paesi europei, non solo il nostro.
«È vero, ma qui ci si è intestarditi nel fare da soli. Macron ha preso misure durissime, ma ha ascoltato le opposizioni. Noi siamo completamente messi a margine».

Però continuate a offrire collaborazione, nonostante i vostri alleati Salvini e Meloni attacchino il governo a testa bassa.
«Ognuno ha i suoi modi e i suoi toni, siamo partiti diversi. Ma anche Lega e FdI non si sono mai rifiutati di collaborare. È il governo che sembra essere sordo, mentre la situazione è drammatica. Qui si fanno interventi che rischiano di non avere efficacia e impoverire intere categorie e non si affronta nel complesso un’emergenza terribile che potrebbe non prevedere solo una seconda ondata, ma anche una terza in primavera».

Il Pd chiede il coinvolgimento dell’opposizione.
«Sì, dal Pd arriva questa richiesta, ma il M5S sembra non volerne sapere. Il governo che fa? Noi più che dare la nostra disponibilità per il bene del Paese, abbassare i toni, avvertire del pericolo anche Aspetto alle rivolte sociali che possono esplodere da un momento all’altro, ascoltare le categorie, che altro dobbiamo fare?».

Ma voi chiedete di essere coinvolti come? In un governo di unità nazionale?
«No, assolutamente. La situazione sta precipitando, non ci interessa un nuovo governo, non è questo il punto».

E quale è?
«Se la barca affonda, e sopra ci sono laziali e romanisti, si cerca di arrivare sani e salvi a terra tutti assieme, pur restando ciascuno tifoso della propria squadra».

Ma come si lavora assieme?
«La nostra proposta è: mettiamoci attorno a un tavolo e, adesso che siamo in sessione di Bilancio, scriviamo assieme la legge. Decidiamo le priorità per il Paese, la destinazione dei fondi, gli aiuti da accordare, come utilizzare le risorse. Impediamo assieme che la seconda e temo la terza ondata del virus facciamo danni devastanti. Si può pensare a un doppio relatore, di maggioranza e opposizione, per condividere scelte e responsabilità in un momento tanto grave».

La prossima settimana si voterà sui provvedimenti del governo sull’emergenza Covid: voi che farete?
«Vedremo quello che ci presenteranno, nulla è scontato».

UN SISTEMA CREDITIZIO AL SERVIZIO DI FAMIGLIE E IMPRESE

Il settore bancario è tra quelli in cui l’Unione europea ha realizzato le maggiori innovazioni negli ultimi anni, un processo ancora in divenire. Per completare l’Unione bancaria, è indispensabile avere, finalmente, testi unici europei di diritto bancario, finanziario, fallimentare e penale dell’economia come spesso ricorda il Presidente dell’Associazione bancaria, Antonio Patuelli. Ma questo non basta. Fermo restando la libertà del settore privato, serve anche un quadro regolamentare certo per istituzioni finanziarie che rafforzi il settore bancario attraverso una supervisione efficace e parità concorrenziale. Un quadro regolamentare che solo i legislatori preposti, Parlamento europeo e Consiglio, sono chiamati a dare. Per questo, da Presidente del Parlamento europeo, unica Istituzione eletta direttamente dai cittadini, forte del parere dei servizi giuridici e legali, mi sono battuto per modificare le proposte di riduzione automatica degli Npl, i cosiddetti crediti deteriorati, presentata dalla Viglianza della Bce nel 2017, che richiedeva «ulteriori obblighi specifici» senza un appropriato coinvolgimento dei co-legislatori nel processo decisionale. Chiedemmo, inoltre, che la necessaria riduzione dei non perfoming loans avvenisse in modo equilibrato e graduale per non acuire le difficoltà delle banche e per evitare che risultasse dannosa alle famiglie e alle imprese. È una questione di principio. Per dare risposte ai cittadini, in Europa, i politici e non i burocrati devono giocare un ruolo da protagonisti: la centralità delle assemblee elettive è un principio cardine della nostra democrazia e una garanzia per tutti. Anche recentemente questa strategia ha portato ottimi risultati. Per fronteggiare la crisi economica causata dal Covid-19, l’Ue ha messo in campo misure senza precedenti, dal Recovery al Mes, dal Fondo Sure, alla condivisione del debito, al Programma di acquisti di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea. Oltre a questo, negli ultimi mesi, il Parlamento europeo ha rivisto molti regolamenti, per rendere la nostra legislazione flessibile viste le condizioni precarie dell’economia europea. Tra questi, abbiamo vinto una importante battaglia sulla modifica del Regolamento per i requisiti prudenziali per le banche. La crisi ha portato una grande volatilità sui mercati, in particolare per i titoli di Stato. Per questo con i miei colleghi del Gruppo del Partito popolare europeo al Parlamento Ue abbiamo chiesto ed ottenuto l’introduzione di un filtro prudenziale temporaneo sui titoli di Stato. Questa misura consente alle banche di erogare credito e previene effetti negativi sui prestiti. È una misura complementare al Programma di acquisii di titoli di Stato della Bce: le vecchie regole avrebbero reso questa azione meno incisiva, a scapito dei risparmiatori. In questi giorni, la delegazione di Forza Italia sta lavorando per migliorare il Regolamento sulle cartolarizzazioni, per abbattere la soglia di rischio per le operazioni di cartolarizzazione dei crediti inesigibili (Npe), ma soprattutto, per creare un vero e proprio mercato europeo delle cartolarizzazioni di crediti non esigibili. Continueremo le nostre battaglie a difesa del sistema Italia, nella convinzione che per sostenere l’economia reale, quella fatta di imprese grandi, medie e piccole, artigiani, agricoltori, commercianti, liberi professionisti e famiglie, sia necessario un sistema bancario sano e in salute.

Antonio Tajani
Vicepresidente del Partito Popolare Europeo e di Forza Italia

«Per un seggio con FI conta la meritocrazia. Al centro non c’è posto per fare altri partitini» – Intervista al Corriere della Sera

È vicepresidente di una Forza Italia spaventata e confusa, uscita con poche soddisfazioni dal voto delle Regionali. Ma Antonio Tajani non si butta giù e lancia un appello che è quasi una sfida ai suoi: «Siamo noi la garanzia per il nostro futuro, nessun altro può darcela. Abbiamo un grande leader, Berlusconi, che a causa del Covid ci è mancato molto in questa campagna elettorale, ma che c’è e che deve ispirarci non solo con le sue decisioni, ma con quello che rappresenta e incarna, che ci mette e ci ha sempre messo a disposizione ed è nelle nostre mani».

Significa che non ci sono novità in vista ai vertici di FI?
«Abbiamo un leader indiscusso, apprezzato, una figura di riferimento nel panorama nazionale e internazionale. Che ci guida e continuerà a farlo rappresentando con la sua stessa figura, per l’oggi e il domani, i nostri valori e le nostre idee. Saper creare, fare impresa, lottare per uno Stato liberale, un fisco più giusto, una giustizia che sia centrale nell’equilibrio dei poteri, un’Europa solidale e forte, la capacità di governare e non solo di opporsi, sono il patrimonio che Berlusconi rappresenta. Sta a noi impegnarci per farlo contare».

I suoi parlamentari sembrano però spaventati: calo dei consensi, taglio dei parlamentari, mettono a rischio la loro rielezione
«Non esistono scorciatoie, nessuno regala seggi e posti in nessun partito. Vale solo la meritocrazia e c’è solo una strada: combattere pancia a terra per conquistare i voti, il proprio seggio, e dare una prospettiva non solo a se stessi ma soprattutto al Paese».

Insomma, inutile parlare di nuove formule come un centro autonomo o guardare fuori da FI?
«Esattamente. Non c’è posto per centrini autonomi. Siamo stabilmente nel centrodestra e al suo interno vogliamo avere un ruolo sempre maggiore: serve anche agli alleati per vincere e governare».

Ma come si riconquistano i voti? Toti propone una costituente di centro.
«FI questo percorso lo fa da tempo, aprendo ai moderati, allargandosi a forze civiche. Abbiamo grandi risorse sul territorio, da sindaci come Brugnaro come i nostri 4 presidenti di Regione Santelli, Cirio, Bardi, Torna uno dei quali potrebbe guidare la Conferenza Stato-Regioni».

Intanto però gli alleati si muovono, come Giorgia Meloni eletta presidente dei Conservatori europei.
«Siamo felici se gli alleati crescono. Noi però siamo protagonisti nel Ppe, abbiamo rapporti consolidati con tutti i leader, Berlusconi ha una credibilità internazionale che si traduce in fatti: le sue posizioni sono spesso rappresentate in sede di Ppe, l’ultima sulla Cina. Poi è bene che la Meloni sia a capo dei Conservatori europei, anche perché il Ppe deve avere alla propria destra forze credibili, per non subire uno schiacciamento a sinistra».

Voi però siete molto più disponibili vero il governo e chiedete il Mes.
«Noi abbiamo sempre detto che siamo a disposizione del Paese, non del governo, e ci aspetteremmo di essere ascoltati, perché arrivano parole e non fatti. Sul Mes: va assolutamente sfruttata un’occasione come questa, sono 35 miliardi senza condizionalità e a tassi più bassi di quelli del mercato per affrontare l’emergenza sanitaria. Non prenderli sarebbe visto negativamente dall’Europa».

Perché?
«Perché sono fondi facilmente accessibili, ed è serio utilizzarli in vista delle decisioni sul Recovery fund. Speriamo che il governo ci ascolti come invece spesso non fa, a partire da temi come il reddito di cittadinanza, che sapevamo sarebbe stato un fallimento. Vedo che ora ci sono arrivati anche loro».

“Il centrodestra è unito, ma non è un partito unico” – Intervista a ‘Il Giornale’

Antonio Tajani sta per salire sul palco di piazza della Repubblica a Firenze, accanto a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, per chiudere una campagna elettorale carica di aspettative per il centrodestra. Il vicepresidente di Forza Italia ha girato vorticosamente l’Italia, da Bari ad Aosta, da Vietri sul mare a Senigallia, per promuovere i candidati azzurri, anche al posto del leader Silvio Berlusconi cui il Covid ha impedito di essere personalmente in campo.
Da Firenze lanciate il messaggio di un centrodestra unito in queste elezioni, contrariamente alle forze di maggioranza?
«Perché lo siamo, uniti. Tre forze diverse, ognuna con la sua identità, ma capaci sempre di trovare una sintesi. Non siamo un partito unico e FI è l’anima della coalizione, la vera garanzia di serietà, affidabilità, qualità, come dimostriamo nella scelta dei candidati. È un partito europeista, che assicura un ponte con Bruxelles. È la forza del lavoro e dell’impresa, che ha una visione del futuro, quella indicata da un grande leader e uomo di Stato come Berlusconi, già nel suo primo discorso all’uscita dall’ospedale. Il centrodestra è unito e dall’altra parte si azzannano».
La scelta di Firenze per l’ultimo appello agli elettori vuol dire che credete nella possibilità di una vittoria in questa regione, in cui è candidata alla presidenza la leghista Susanna Ceccardi?
«Crediamo che nessuna roccaforte rossa sia inespugnabile, anche la Toscana. Sarebbe una svolta storica, certo, ed è possibile. Abbiamo conquistato tante città qui, da Siena a Pistoia, da Pisa ad Arezzo, da Grosseto a Massa. Lavoriamo per vincere e altri eventi abbiamo già fatto, ad esempio, a Vietri sul Mare in sostegno del nostro candidato governatore in Campania Caldoro e a Bari per Fitto, di Fdi».
Su quale risultato scommettete: 5 a 2? O addirittura, come dice Salvini, 7 a 0?
«In tutte le Regioni e anche i Comuni che vanno al voto possiamo prevalere. Sarà sicuramente una vittoria per noi, perché il centrodestra avrà più Regioni e città da amministrare di oggi».
Sperate che un buon risultato dia una spallata al governo?
«Confermerà che la maggioranza degli italiani non si riconosce nelle forze al governo. Dovranno tenerne conto, ma dubito che la sinistra rinuncerà al potere. Lo ha dimostrato anche respingendo le nostre offerte di collaborazione, mentre soprattutto sul piano peri fondi europei dovrebbe ragionare con il centrodestra. Vedremo che faranno, da soli».
Nelle Regioni che ha girato quale atmosfera ha sentito?
«Grande malcontento, voglia di cambiare, in particolare per la sanità troppo spesso amministrata in modo clientelare. Se non c’è una svolta, è anche perché il Pd è succube dei 5 Stelle».
Il clima particolare creato dal Covid secondo lei chi avvantaggia?
«Creare paura del voto non agevola nessuno, si può andare al seggio senza preoccupazione e spero che ci sia una grande partecipazione. Quindi dico: “Andiamo tutti a votare”. Ha ragione Berlusconi quando cita Platone, per dire che la democrazia è il potere al popolo e chi si disinteressa viene punito da persone inadeguate al governo».
Per il referendum FI non è sul Si come gli alleati.
«Noi abbiamo lasciato libertà di voto, perché non si tratta di una questione tra partiti. Molti dentro FI sono per il No, perché questa riforma avrebbe avuto bisogno di un contesto più ampio, di un riequilibrio nel potere democratico delle regioni. Penso all’autonomia, ad esempio, ai poteri di Roma capitale che dovrebbe avere uno status diverso dalle altre città. Berlusconi aveva avviato il progetto per il passaggio di poteri dalla Regione al Comune, ma a Roma la sinistra non va avanti. Basterebbe che si incontrassero Zingaretti e la Raggi, però non lo fanno».
Perché nel centrodestra gli elettori dovrebbero votare i candidati di FI?
«Perché il nostro è l’unico movimento che difende i valori fondanti dell’Occidente, quello che più si è battuto per la riduzione della pressione fiscale e per dare prospettiva di lavoro per i giovani. Non si fa crescita con i bonus».
Caldoro è l’unico candidato governatore di FI. Che chance ha?
«Puntiamo anche alla presidenza della Val d’Aosta. In Campania, Regione Covid free diventata a maggior numero di contagiati, è evidente il fallimento politico della sanità di De Luca, al di là delle inchieste giudiziarie».

«Ora basta dialogo. Sulle elezioni locali l’esecutivo rischia» – Intervista al Corriere della Sera

 

Con il patto «anti-inciucio» siglato due giorni fa dai tre leader del centrodestra «parte un’azione e assieme un cammino per portare la nostra coalizione al governo». Lo dice Antonio Tajani, vice presidente di Forza Italia, spazzando via ogni dubbio su un eventuale appoggio al governo, ipotesi di cui a lungo si è a ragionato: «Noi abbiamo offerto il nostro aiuto per il bene dell’Italia, non del governo. Non ci hanno mai ascoltati, nemmeno invitati a palazzo Chigi come Conte aveva promesso. Il nostro spirito di servizio è stato scambiato per appoggio politico, che non è mai esistito».

Quindi si chiude ogni capitolo per una futura collaborazione?
«Certo, ma non era un capitolo aperto. Noi abbiamo fatto proposte, eravamo pronti a un confronto. Ma il governo non si è mosso. Perché non hanno alcuna visione strategica. Vanno avanti con misure assistenzialiste, stataliste, che non porteranno a nulla. Anche Draghi lo ha detto: una cosa è fare debito buono, altra debito cattivo».

Draghi possibile premier in caso di necessità come lo vedrebbe?
«Non credo proprio che sia interessato. Lui da economista serio fa analisi serie, e noi le condividiamo».

Ma voi vi sentite pronti ad essere alternativa al governo per far uscire il Paese dalla crisi solo perché avete siglato un patto?
«Ci sentiamo pronti perché quel patto si basa su contenuti e su una visione strategica del Paese. Infrastrutture per rilanciare il Paese, presidenzialismo per un governo stabile e forte, riforma della giustizia che significa anche efficienza e Pil. I soldi che l’Europa è disposta a dare arrivano se i piani su come spenderli sono credibili. E noi sappiamo cosa fare».

In concreto significa che siete pronti a chiedere le elezioni se le Regionali dovessero vedervi vincenti?
«Le Regionali diranno molto su quello che pensano gli italiani, visto che si vota in maniera omogenea in tutto il territorio. Inoltre è evidente che il solo fatto che noi ci presentiamo uniti ovunque e che loro sono divisi quasi dappertutto, addirittura con ministri che già si appellano al voto disgiunto, significa molto e può avere conseguenze. Certo, il loro attaccamento al potere non renderà le cose facili. Sarà il presidente Mattarella a valutare la situazione».

Giorgia Meloni è pronta a scendere in piazza per ottenere il voto.
«Ne parleremo, siamo forze diverse con diversi approcci e FI è centrale, essenziale, trainante quindi decideremo assieme. Ma in ogni caso, il governo è a rischio, perché prima o poi i nodi vengono al pettine, le contraddizioni esplodono».

Teme un rinvio delle Regionali?
«Hanno una gran paura, è un altro segnale di debolezza. Noi vogliamo si voti, rispettando le regole di sicurezza. E come giustamente ha chiesto il nostro candidato in Campania Caldoro, vorremmo che i presidenti di Regione fossero commissariati sull’emergenza, perché non possano usare il Covid a fini elettorali».

“Serve un processo. L’Italia lo pretenda senza colpire i nostri interessi industriali” – Intervista a ‘La Repubblica’

«Io credo che sull’omicidio Regeni non si possano avere tentennamenti: l’Italia deve pretendere che i colpevoli vengano processati e condannati, in un tribunale italiano o egiziano poco conta, l’importante è arrivare alla verità sulla morte di Giulio». Il vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, numero 2 di Forza Italia, non ha dubbi su quale posizione debba assumere Roma nei confronti del Cairo. «Badando però», avverte, «a non compromettere gli interessi nazionali. Una cosa sono i rapporti commerciali con un Paese amico e strategico per la nostra economia e gli equilibri geopolitici, altro la necessaria cooperazione giudiziaria».

Finora Al Sisi si è mostrato tutt’altro che collaborativo. Quali armi ha l’Italia per convincerlo a processare i suoi uomini?

«Le anni della politica e della diplomazia, facendo leva sul ruolo fondamentale che l’Italia ha nel Mediterraneo come fattore di stabilità e di pace, a dispetto dei recenti errori commessi dal nostro governo, anche sulla Libia. L’Italia ha tutto il diritto di ottenere un regolare processo».

Ma senza questa certezza i rapporti bilaterali con l’Egitto vanno riconsiderati, a partire dalla vendita delle due Fregate Fremm?

«Io credo che le due cose debbano essere tenute separate. L’Italia deve essere così abile politicamente da far capire ad Al Sisi che non consentiremo che l’omicidio di un nostro connazionale resti impunito e al tempo stesso difendere i nostri interessi industriali. Esigere verità e giustizia non può essere barattato con i rapporti commerciali, ma nemmeno li deve ostacolare».

A proposito di interessi nazionali, sulla Libia l’Italia ormai gioca da comprimario rispetto a Russia e Turchia. Di chi è la colpa?

«La Libia è la dimostrazione che senza una politica estera a livello europeo rischia di perdere l’Europa tutta, non solo noi. Nel continuo braccio di ferro fra italiani e francesi, con gli inglesi che hanno interferito, ora in quell’area non conta né l’Italia né la Francia. Ma la Libia è fondamentale per coprire il nostro fabbisogno energetico, per il controllo delle rotte migratorie… In politica non esistono spazi vuoti: se tu li lasci, li riempiono gli altri. E gli interessi turchi confliggono, per tante ragioni, con quelli italiani».

Dove sbaglia il governo Conte?

«L’Italia non può avere una politica estera altalenante. Non si può accettare, per esempio, che attraverso la Via della Seta i cinesi colonizzino il meglio dell’impresa italiana. Guai a vendergli i porti di Taranto e Trieste, diventerebbero le teste di ponte per fagocitare asset e tessuto produttivo. Già fanno dumping su tanti settori, dalla ceramica all’acciaio, comprano per allargare la loro sfera di influenza. Ed esportare un modello che non rispetta i diritti umani».

Ce l’ha col ministro Di Maio?

«Il M5S sta facendo danni all’Italia perché ideologizza la politica estera. Senza un legame forte con l’Europa, un’alleanza con gli Usa, un ruolo nel Mediterraneo l’Italia si indebolisce. C’è uno strabismo verso tutta la filiera cinese: penso al Venezuela. Quando la stragrande maggioranza dei paesi europei riconobbe Guaidò presidente ad interim, noi rifiutammo. In America latina ci si schiera con le dittature chaviste e terzomondiste, mentre il popolo muore di fame e subisce violenze».

Però pure Salvini guarda più a Putin che a Trump ed è ostile all’Europa. Come fate ad andare avanti se la pensate all’opposto?

«La Russia dev’essere un interlocutore. E comunque noi siamo una coalizione, non un partito unico, determinata anche dall’attuale legge elettorale. Fi fa parte del Ppe e non ha intenzione di rinunciare alla sua identità. Il Coronavirus dimostra che sarebbe un suicidio politico uscire dall’Europa».

Intanto FI sostiene il governo e Lega e Fdl alzano le barricate…

«Noi non sosteniamo il governo, sosteniamo l’Italia. E voteremo a favore del Mes se serve per risistemare la sanità, Così come abbiamo votato, e siamo stati determinanti, sullo scostamento di bilancio».

Fase 2, Tajani: “Non è il momento del risparmio, servono investimenti” – Intervista su ‘In Terris’​

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Il vicepresidente di Forza Italia e del Partito popolare europeo a Interris.it: “Sarebbe assurdo non accettare il Mes. Il Sud ha lavorato bene”

 

Lockdown allentato, Fase 2 iniziata ma con ancora più di qualche incognita. Legata alla presenza ancora incombente del coronavirus, certo, ma anche connessa alle tante incertezze che accompagneranno la risalita dall’abisso. Il governo ci prova, mette in campo i primi provvedimenti del dopo-crisi, cercando di imprimere la giusta sterzata al nostro Paese, facendo appello al senso di responsabilità, così come al buonsenso dei cittadini. Il premier Conte ha richiamato alla vigilanza e alla concretezza anche la sua squadra di governo ma, come più volte ribadito dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la ripartenza dell’Italia dovrà coinvolgere tutte le forze politiche, che avranno il dovere di remare nella stessa direzione. Degli step necessari alla ripartenza, Interris.it ne ha parlato con l’ex presidente del Parlamento europeo, nonché vicepresidente di Forza Italia e del Partito popolare europeo Antonio Tajani: “Per ripartire servono investimenti”.

 

Antonio Tajani, l’allentamento del lockdown significherà anche la prima, parziale ripartenza per il nostro Paese dopo l’ondata coronavirus. Come combinare il riavvio delle attività con la tutela della salute? E, soprattutto, come incentivare le imprese in una fase sostanzialmente incerta sia da un punto di vista degli spostamenti che dei consumi?
“Serve un piano nazionale, strategico, che sia chiaro per tutti e che preveda una ripartenza ordinata che non pregiudichi la salute e un’ondata di ritorno del coronavirus. Non possono ripartire tutti i settori e i territori contemporaneamente, ma bisogna ripartire. Con una strategia che aiuti anche le imprese. Intanto bisogna dare certezza, perché finora c’è stata molta confusione. Troppe task force, composte da persone esperte teorici ma non in ruoli di azienda o territorio. E poi serve mettere nelle condizioni le imprese di ripartire. Ci sono settori che sono a forte rischio, penso al turismo. Come s’intende aiutare la ripartenza? C’è un problema che riguarda la tenuta economica del nostro Paese, la strategia dev’essere collegata non solo ai tempi ma anche ai modi e ai sostegni. Bisogna assolutamente prevedere come aiutare questi settori. Serve poi una strategia che punti sugli investimenti: non è il momento di fare risparmio ma bisogna fare debiti, mettere denaro sul mercato, lavorare su infrastrutture piccole, medie e grandi, dar vita a un piano casa e ridurre la pressione fiscale, ed usare gli strumenti che ci darà l’Europa, perché senza liquidità non si riparte in nulla”.

Al di là dello stanziamento dei fondi, quali misure potrebbero incentivare il turismo in una fase in cui, anche in ripartenza, spostamenti e accessi saranno fortemente limitati, perlomeno nel primo periodo?
“Noi abbiamo fatto delle proposte concrete, ad esempio quella di detrarre dalle tasse degli italiani le spese fatte durante la vacanza. E bisognerà dare incentivi a fondo perduto ad alcuni settori, permettere di fare i voucher. E’ un settore che va assolutamente sostenuto con una vera strategia. Abbiamo parlato con tanti operatori, è un settore che rischia molto e dobbiamo valorizzarlo e difenderlo”.

La crisi Covid-19 ha colpito tutti, assestando in particolare un colpo imprevisto per la fascia più debole della popolazione. C’è il rischio che per parte della piccola imprenditoria sia troppo difficile risollevarsi? Così come per le famiglie che hanno visto rallentare le loro attività lavorative…
“Bisogna vedere quali saranno gli strumenti. Noi chiediamo che lo scostamento di bilancio arrivi ad almeno 75 miliardi, perché bisogna immettere denaro sul mercato. Ci sono le famiglie più deboli ma anche le imprese che danno loro lavoro. Le partite Iva sono state abbandonate, 600 euro non sono nulla. Anche il settore dello sport è in difficoltà. C’è molto da recuperare, utilizzare tutti i fondi che di può offrire l’unione europea. Quando sento dire che non bisogna accettare il Mes mi sembra veramente assurdo, quando questi soldi possiamo prenderli a tasso più basso degli altri che prendiamo e che possono essere utilizzati per risistemare i nostri ospedali, assumere infermieri, fare mascherine, perché dobbiamo anche pensare che finché non c’è il vaccino c’è sempre il rischio di un’ondata di ritorno”.

Il Mes, però, continua a non convincere fino in fondo…
“Sono condizionati da quello che era stato il vecchio Mes, da come è stato utilizzato in Grecia. Ma qui si tratta di una cosa completamente diversa, è una linea di credito che viene da quei soldi ma con regole completamente diverse. Criticano un sistema che anche a noi non piaceva ma che, se verrà formulato come dicono, sarebbe positivo e potrebbe permetterci di sistemare i nostri ospedali, di formare medici, fare della ricerca. Si possono utilizzare 37 miliardi e non sono pochi”.

Il Mes sarà la misura definitiva o l’Europa metterà in campo altri strumenti?
“No, c’è molto altro. La Banca centrale ha immesso 1.100 miliardi per tutta l’Europa. Ci sono i soldi per la cassa integrazione, quelli per le infrastrutture e ora vedremo questo Recovery Fund, quanti soldi ci saranno e come verrà utilizzato. Noi pensiamo che servano tra i 500 e i 1.000 miliardi, metà per fare Recovery Bond, quindi garantiti dal bilancio dell’Unione europea e metà potrebbe essere destinata a fondo perduto, quindi mettendo insieme la politica a favore dell’economia reale comune”.

La temuta ondata di contagi al Sud Italia sembra sia stata contenuta rispetto ad altre zone d’Italia. A fronte di un’economia fortemente rallentata e di territori che ricavano buona parte del proprio indotto dal turismo, ritiene saranno necessarie misure ulteriori per le Regioni meridionali?
“Innanzitutto al Sud Italia non vanno tolti i fondi europei destinati a loro. Ma poi il Sud ha lavorato bene, non a caso il New York Times ha citato il lavoro svolto dal governatore della Calabria Jole Santelli ma anche in Basilicata c’è quasi contagio zero, è la prima pronta a partire. Anche lì c’è un bravo presidente che ha lavorato molto bene. Il Sud ha avuto anche dei bravi amministratori. Ora bisogna stare attenti all’ondata di ritorno, che potrebbe venire dal Sud del mondo e dobbiamo lavorare per impedire che ci sia”.

Pensando al dramma vissuto dalle Rsa e dagli anziani, principali vittime del coronavirus, ritiene che, a emergenza finita, occorrerà ripensare l’intero sistema di assistenza?
“Il sistema è stato debole di fronte all’imprevisto. L’Italia è stato il primo Paese a subire l’attacco del coronavirus, non c’è stata la percezione. Poi ci saranno stati errori ma toccherà alla Magistratura. In tutti i contesti ci sono stati errori, bisognerà vedere quali sono stati e impedire che si ripetano in futuro. Occorrerà migliorare la situazione, certamente ci sono delle cose che non funzionavano. Purtroppo il coronavirus nelle comunità attecchisce molto facilmente”.

 

Damiano Mattana – 27.04.2020