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La plenaria del Parlamento europeo ha approvato le tre proposte legislative del Pacchetto sulla Politica Agricola Comune.

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Parlamento europeo e pacchetto PAC

Silvio Berlusconi- Antonio Tajani – Salvatore De Meo

 

La Plenaria del Parlamento europeo ha approvato le 3 proposte legislative del Pacchetto sulla Politica Agricola Comune, la più importante delle politiche dell’Ue, presente già nel Trattato di Roma del 1957. La nuova politica mette al centro i veri agricoltori, sostiene i giovani e favorisce investimenti e occupazione valorizzando prodotti ed eccellenze italiane.

Da sola, con 344 miliardi stanziati per il 2021-2027, la PAC rappresenta oltre un terzo del bilancio europeo. Al nostro Paese arriveranno oltre 3,6 miliardi di euro l’anno.

Ventidue milioni di cittadini europei lavorano in questo settore, il 47% del nostro territorio è agricolo: sostenere l’agricoltura significa sostenere il futuro dell’Europa. Gli investimenti dell’Ue e le abilità degli imprenditori del settore hanno fatto dell’Europa il leader mondiale in agricoltura, per qualità di prodotti, sicurezza alimentare, innovazione ed elevati standard ambientali. Il nostro Paese è primo in Europa per numero di prodotti di qualità certificata. Per noi, l’agricoltura è un settore strategico per la crescita economica e l’occupazione.

La delegazione di Forza Italia al Parlamento europeo si è battuta per un’agricoltura moderna e competitiva che sappia coniugare prestazioni economiche, salvaguardia dei livelli di produzione, competitività delle imprese e tutela dell’ambiente. Continueremo a batterci per difendere gli agricoltori, il Made in Italy, i marchi di origine, tutelando i nostri prodotti dal dumping e dal sottocosto, e per ottenere più fondi per la ricerca nel settore agroalimentare. È fondamentale sostenere i grandi e piccoli produttori, i giovani e le loro innovazioni in campo agricolo, facendo in modo che i finanziamenti arrivino ai veri agricoltori.

Il voto è frutto di lunghi negoziati: abbiamo ottenuto il migliore compromesso possibile. In tempi di grande incertezza economica, è fondamentale dare agli agricoltori un quadro normativo chiaro. Tocca ora al Governo nazionale, in attesa dei prossimi passaggi in ambito Ue, accelerare i tempi del Piano strategico nazionale. Per questo, è necessario un nuovo patto tra Ue, Stati membri, regioni e agricoltori.

Noi continueremo a lavorare a tutti i livelli, per difendere i nostri agricoltori, il Made in Italy e i marchi d’origine.

UN SISTEMA CREDITIZIO AL SERVIZIO DI FAMIGLIE E IMPRESE

Il settore bancario è tra quelli in cui l’Unione europea ha realizzato le maggiori innovazioni negli ultimi anni, un processo ancora in divenire. Per completare l’Unione bancaria, è indispensabile avere, finalmente, testi unici europei di diritto bancario, finanziario, fallimentare e penale dell’economia come spesso ricorda il Presidente dell’Associazione bancaria, Antonio Patuelli. Ma questo non basta. Fermo restando la libertà del settore privato, serve anche un quadro regolamentare certo per istituzioni finanziarie che rafforzi il settore bancario attraverso una supervisione efficace e parità concorrenziale. Un quadro regolamentare che solo i legislatori preposti, Parlamento europeo e Consiglio, sono chiamati a dare. Per questo, da Presidente del Parlamento europeo, unica Istituzione eletta direttamente dai cittadini, forte del parere dei servizi giuridici e legali, mi sono battuto per modificare le proposte di riduzione automatica degli Npl, i cosiddetti crediti deteriorati, presentata dalla Viglianza della Bce nel 2017, che richiedeva «ulteriori obblighi specifici» senza un appropriato coinvolgimento dei co-legislatori nel processo decisionale. Chiedemmo, inoltre, che la necessaria riduzione dei non perfoming loans avvenisse in modo equilibrato e graduale per non acuire le difficoltà delle banche e per evitare che risultasse dannosa alle famiglie e alle imprese. È una questione di principio. Per dare risposte ai cittadini, in Europa, i politici e non i burocrati devono giocare un ruolo da protagonisti: la centralità delle assemblee elettive è un principio cardine della nostra democrazia e una garanzia per tutti. Anche recentemente questa strategia ha portato ottimi risultati. Per fronteggiare la crisi economica causata dal Covid-19, l’Ue ha messo in campo misure senza precedenti, dal Recovery al Mes, dal Fondo Sure, alla condivisione del debito, al Programma di acquisti di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea. Oltre a questo, negli ultimi mesi, il Parlamento europeo ha rivisto molti regolamenti, per rendere la nostra legislazione flessibile viste le condizioni precarie dell’economia europea. Tra questi, abbiamo vinto una importante battaglia sulla modifica del Regolamento per i requisiti prudenziali per le banche. La crisi ha portato una grande volatilità sui mercati, in particolare per i titoli di Stato. Per questo con i miei colleghi del Gruppo del Partito popolare europeo al Parlamento Ue abbiamo chiesto ed ottenuto l’introduzione di un filtro prudenziale temporaneo sui titoli di Stato. Questa misura consente alle banche di erogare credito e previene effetti negativi sui prestiti. È una misura complementare al Programma di acquisii di titoli di Stato della Bce: le vecchie regole avrebbero reso questa azione meno incisiva, a scapito dei risparmiatori. In questi giorni, la delegazione di Forza Italia sta lavorando per migliorare il Regolamento sulle cartolarizzazioni, per abbattere la soglia di rischio per le operazioni di cartolarizzazione dei crediti inesigibili (Npe), ma soprattutto, per creare un vero e proprio mercato europeo delle cartolarizzazioni di crediti non esigibili. Continueremo le nostre battaglie a difesa del sistema Italia, nella convinzione che per sostenere l’economia reale, quella fatta di imprese grandi, medie e piccole, artigiani, agricoltori, commercianti, liberi professionisti e famiglie, sia necessario un sistema bancario sano e in salute.

Antonio Tajani
Vicepresidente del Partito Popolare Europeo e di Forza Italia

«Per un seggio con FI conta la meritocrazia. Al centro non c’è posto per fare altri partitini» – Intervista al Corriere della Sera

È vicepresidente di una Forza Italia spaventata e confusa, uscita con poche soddisfazioni dal voto delle Regionali. Ma Antonio Tajani non si butta giù e lancia un appello che è quasi una sfida ai suoi: «Siamo noi la garanzia per il nostro futuro, nessun altro può darcela. Abbiamo un grande leader, Berlusconi, che a causa del Covid ci è mancato molto in questa campagna elettorale, ma che c’è e che deve ispirarci non solo con le sue decisioni, ma con quello che rappresenta e incarna, che ci mette e ci ha sempre messo a disposizione ed è nelle nostre mani».

Significa che non ci sono novità in vista ai vertici di FI?
«Abbiamo un leader indiscusso, apprezzato, una figura di riferimento nel panorama nazionale e internazionale. Che ci guida e continuerà a farlo rappresentando con la sua stessa figura, per l’oggi e il domani, i nostri valori e le nostre idee. Saper creare, fare impresa, lottare per uno Stato liberale, un fisco più giusto, una giustizia che sia centrale nell’equilibrio dei poteri, un’Europa solidale e forte, la capacità di governare e non solo di opporsi, sono il patrimonio che Berlusconi rappresenta. Sta a noi impegnarci per farlo contare».

I suoi parlamentari sembrano però spaventati: calo dei consensi, taglio dei parlamentari, mettono a rischio la loro rielezione
«Non esistono scorciatoie, nessuno regala seggi e posti in nessun partito. Vale solo la meritocrazia e c’è solo una strada: combattere pancia a terra per conquistare i voti, il proprio seggio, e dare una prospettiva non solo a se stessi ma soprattutto al Paese».

Insomma, inutile parlare di nuove formule come un centro autonomo o guardare fuori da FI?
«Esattamente. Non c’è posto per centrini autonomi. Siamo stabilmente nel centrodestra e al suo interno vogliamo avere un ruolo sempre maggiore: serve anche agli alleati per vincere e governare».

Ma come si riconquistano i voti? Toti propone una costituente di centro.
«FI questo percorso lo fa da tempo, aprendo ai moderati, allargandosi a forze civiche. Abbiamo grandi risorse sul territorio, da sindaci come Brugnaro come i nostri 4 presidenti di Regione Santelli, Cirio, Bardi, Torna uno dei quali potrebbe guidare la Conferenza Stato-Regioni».

Intanto però gli alleati si muovono, come Giorgia Meloni eletta presidente dei Conservatori europei.
«Siamo felici se gli alleati crescono. Noi però siamo protagonisti nel Ppe, abbiamo rapporti consolidati con tutti i leader, Berlusconi ha una credibilità internazionale che si traduce in fatti: le sue posizioni sono spesso rappresentate in sede di Ppe, l’ultima sulla Cina. Poi è bene che la Meloni sia a capo dei Conservatori europei, anche perché il Ppe deve avere alla propria destra forze credibili, per non subire uno schiacciamento a sinistra».

Voi però siete molto più disponibili vero il governo e chiedete il Mes.
«Noi abbiamo sempre detto che siamo a disposizione del Paese, non del governo, e ci aspetteremmo di essere ascoltati, perché arrivano parole e non fatti. Sul Mes: va assolutamente sfruttata un’occasione come questa, sono 35 miliardi senza condizionalità e a tassi più bassi di quelli del mercato per affrontare l’emergenza sanitaria. Non prenderli sarebbe visto negativamente dall’Europa».

Perché?
«Perché sono fondi facilmente accessibili, ed è serio utilizzarli in vista delle decisioni sul Recovery fund. Speriamo che il governo ci ascolti come invece spesso non fa, a partire da temi come il reddito di cittadinanza, che sapevamo sarebbe stato un fallimento. Vedo che ora ci sono arrivati anche loro».

“Il centrodestra è unito, ma non è un partito unico” – Intervista a ‘Il Giornale’

Antonio Tajani sta per salire sul palco di piazza della Repubblica a Firenze, accanto a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, per chiudere una campagna elettorale carica di aspettative per il centrodestra. Il vicepresidente di Forza Italia ha girato vorticosamente l’Italia, da Bari ad Aosta, da Vietri sul mare a Senigallia, per promuovere i candidati azzurri, anche al posto del leader Silvio Berlusconi cui il Covid ha impedito di essere personalmente in campo.
Da Firenze lanciate il messaggio di un centrodestra unito in queste elezioni, contrariamente alle forze di maggioranza?
«Perché lo siamo, uniti. Tre forze diverse, ognuna con la sua identità, ma capaci sempre di trovare una sintesi. Non siamo un partito unico e FI è l’anima della coalizione, la vera garanzia di serietà, affidabilità, qualità, come dimostriamo nella scelta dei candidati. È un partito europeista, che assicura un ponte con Bruxelles. È la forza del lavoro e dell’impresa, che ha una visione del futuro, quella indicata da un grande leader e uomo di Stato come Berlusconi, già nel suo primo discorso all’uscita dall’ospedale. Il centrodestra è unito e dall’altra parte si azzannano».
La scelta di Firenze per l’ultimo appello agli elettori vuol dire che credete nella possibilità di una vittoria in questa regione, in cui è candidata alla presidenza la leghista Susanna Ceccardi?
«Crediamo che nessuna roccaforte rossa sia inespugnabile, anche la Toscana. Sarebbe una svolta storica, certo, ed è possibile. Abbiamo conquistato tante città qui, da Siena a Pistoia, da Pisa ad Arezzo, da Grosseto a Massa. Lavoriamo per vincere e altri eventi abbiamo già fatto, ad esempio, a Vietri sul Mare in sostegno del nostro candidato governatore in Campania Caldoro e a Bari per Fitto, di Fdi».
Su quale risultato scommettete: 5 a 2? O addirittura, come dice Salvini, 7 a 0?
«In tutte le Regioni e anche i Comuni che vanno al voto possiamo prevalere. Sarà sicuramente una vittoria per noi, perché il centrodestra avrà più Regioni e città da amministrare di oggi».
Sperate che un buon risultato dia una spallata al governo?
«Confermerà che la maggioranza degli italiani non si riconosce nelle forze al governo. Dovranno tenerne conto, ma dubito che la sinistra rinuncerà al potere. Lo ha dimostrato anche respingendo le nostre offerte di collaborazione, mentre soprattutto sul piano peri fondi europei dovrebbe ragionare con il centrodestra. Vedremo che faranno, da soli».
Nelle Regioni che ha girato quale atmosfera ha sentito?
«Grande malcontento, voglia di cambiare, in particolare per la sanità troppo spesso amministrata in modo clientelare. Se non c’è una svolta, è anche perché il Pd è succube dei 5 Stelle».
Il clima particolare creato dal Covid secondo lei chi avvantaggia?
«Creare paura del voto non agevola nessuno, si può andare al seggio senza preoccupazione e spero che ci sia una grande partecipazione. Quindi dico: “Andiamo tutti a votare”. Ha ragione Berlusconi quando cita Platone, per dire che la democrazia è il potere al popolo e chi si disinteressa viene punito da persone inadeguate al governo».
Per il referendum FI non è sul Si come gli alleati.
«Noi abbiamo lasciato libertà di voto, perché non si tratta di una questione tra partiti. Molti dentro FI sono per il No, perché questa riforma avrebbe avuto bisogno di un contesto più ampio, di un riequilibrio nel potere democratico delle regioni. Penso all’autonomia, ad esempio, ai poteri di Roma capitale che dovrebbe avere uno status diverso dalle altre città. Berlusconi aveva avviato il progetto per il passaggio di poteri dalla Regione al Comune, ma a Roma la sinistra non va avanti. Basterebbe che si incontrassero Zingaretti e la Raggi, però non lo fanno».
Perché nel centrodestra gli elettori dovrebbero votare i candidati di FI?
«Perché il nostro è l’unico movimento che difende i valori fondanti dell’Occidente, quello che più si è battuto per la riduzione della pressione fiscale e per dare prospettiva di lavoro per i giovani. Non si fa crescita con i bonus».
Caldoro è l’unico candidato governatore di FI. Che chance ha?
«Puntiamo anche alla presidenza della Val d’Aosta. In Campania, Regione Covid free diventata a maggior numero di contagiati, è evidente il fallimento politico della sanità di De Luca, al di là delle inchieste giudiziarie».

Tajani: per ripartire ritornare ai valori fondanti – intervista di “Gli agricoltori veneti” – 14/09/2020

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Presidente Antonio Tajani, la pandemia COVID-19 da un lato ha messo a nudo la fragilità della coesione fra gli Stati dell’Ue con l’emergere di egoismi nazionalistici, talvolta sopiti, altre volte manifesti con contrapposizione di interessi di parte; dall’altro, anche se con qualche ritardo, la capacità di mettere in campo importanti interventi di sostegno economico. Certamente l’emergenza sanitaria ed economica provocata dalla pandemia impone un cambio di passo.
Da 70 anni l’Europa non affrontava una crisi di queste dimensioni. Non c’è in gioco un accordo economico o un regolamento.
È in ballo la stessa idea di Unione europea e il ruolo delle Istituzioni per tutelare i cittadini. Oggi, le conseguenze economiche della crisi generata dal Covid-19 sono pari a quelle di una guerra. E nel dopoguerra, cosa hanno fatto i Padri fondatori dell’Ue? Hanno messo da parte appartenenze nazionali e hanno disegnato un futuro comune. In questa Unione molte cose vanno cambiate. Ma non c’è dubbio che la risposta va trovata insieme, non Stato per Stato. Oggi, nessun singolo Stato membro può rispondere da solo alle sfide che giganti come Cina, Russia, Stati Uniti, India rappresentano per le nostre imprese e per i nostri lavoratori. La globalizzazione è un dato di fatto. Nell’economia globale, vince chi sa dare le riposte migliori alle sfide di cambiamento che i cittadini e le imprese chiedono.
In questo, l’Europa deve giocare un ruolo da protagonista. Voglio essere ottimista, anche perché, negli ultimi mesi, sono stati fatti molti importanti passi avanti. C’è una distanza abissale fra le prime risposte timide di Christine Lagarde e il Piano di Ripresa disegnato da Ursula von der Leyen. Ora spetta a noi farci trovare preparati per le opportunità che l’Ue ci offre.

L’Ue si trova a dover affrontare delle sfide epocali che segneranno fortemente il prossimo futuro. Secondo lei, l’Europa deve riscoprire lo spirito ideale e i valori dei padri fondatori per avviare un nuovo percorso di crescita?
Ritornare alle origini, recuperando la nostra identità e i nostri valori di solidarietà è questa la strada per ripartire. Oggi i cittadini europei vivono un senso di timore per il proprio futuro e per quello dei loro figli. Compito della buona politica è dare risposte concrete alle loro preoccupazioni e timori. L’Unione deve tornare ad essere il valore aggiunto per famiglie ed imprese. Serve avere la stessa visione strategica e volontà d’animo che avevano le generazioni che ci hanno preceduto. Il processo di integrazione è una storia di successo. Il bilancio storico è positivo: i benefici per i cittadini in termini di pace, democrazia, libertà e prosperità sono innegabili. Il periodo dal dopoguerra ad oggi è stato, complessivamente, il più felice e quello di maggior successo della storia europea. La realizzazione di un grande spazio di libertà economiche e civili ha contribuito a creare milioni di posti di lavoro, al benessere diffuso, a un’economia e ad una società aperta e creativa. L’economia sociale di mercato, dove il mercato è un mezzo finalizzato a creare lavoro e migliorare il tenore di vita, ha garantito opportunità, ascensori sociali e ridistribuzione del reddito. Basti pensare che nel 1957 i poveri rappresentavano il 41% della popolazione europea e la classe media il 50%. Dalla firma dei Trattati, il PIL Ue pro capite è cresciuto di oltre 4 volte, contribuendo a una riduzione delle disuguaglianze sociali senza precedenti nella storia dell’umanità. Da questo dobbiamo ripartire.

Quali sono i temi critici che stanno ostacolano una maggiore coesione fra i Paesi membri? Come possono essere risolti?
È indubbio che, dalla crisi del 2008, la rotta si è invertita. La crisi finanziaria è diventata economica, con pesanti conseguenze. Flussi migratori, spesso incontrollati, e la manodopera a basso costo hanno penalizzato soprattutto le fasce più deboli. Le stesse che, nelle periferie, vivono a contatto con esclusione e disagio sociale. Questo ha alimentato un senso d’insicurezza e angoscia per il futuro. La paura porta a rinchiudersi e al rigetto del modello di società aperta promosso dall’Occidente. Muri, frontiere, nazionalismi politici ed economici,
appaiono antidoti rassicuranti ad una globalizzazione che sembra essere sfuggita al controllo dei cittadini. Trump, la Brexit, l’emergere di sovranismi autoritari, il populismo dilagante nei partiti europei, sono sintomi di questo malessere. In questi ultimi anni, rivoluzione tecnologica, libera circolazione dei capitali e mercati sempre più aperti hanno senz’altro favorito la crescita e la competitività. Ma hanno anche creato una concorrenza al ribasso su condizioni di lavoro, fisco o standard ambientali. Appare sempre più evidente che l’attuale modello di società aperta e non ha portato solo vincitori. Prima del Covid-19, in Europa 24 milioni di persone tra i 15 e i 34 anni non studiavano e non lavoravano. 118 milioni di europei – il 24% della nostra popolazione – era a rischio povertà o esclusione sociale. Oggi c’è molto da fare. Tuttavia, la risposta non è chiudersi nei recinti nazionali ma più Europa- una Europa diversa, più politica, solidale, vicina ai cittadini. Non quella dei burocrati.

Presidente Antonio Tajani, la Commissione Affari Costituzionali ha invitato la Commissione Affari esteri, che è competente nel merito, a inserire dei punti importanti per il raggiungimento di un accordo fra l’Ue e il Regno Unito dopo la Brexit? I negoziati dovrebbero concludersi entro il 31 ottobre 2020 per consentirne l’entrata in vigore il primo gennaio 2021. A che punto sono le
trattative?
Come membro del gruppo di coordinamento del Parlamento europeo per i negoziati fra Ue e Regno Unito, seguo con preoccupazione lo
svolgersi dei negoziati. La scorsa settimana, dopo il settimo ciclo di trattative, il capo negoziatore Ue Michel Barnier si è detto “deluso
e preoccupato”. Il tempo stringe. Da parte nostra, ci sono alcuni nodi cruciali sui quali le posizioni fra le parti sono ancora distanti.
Dall’accordo sulla pesca alla cooperazione in materia giudiziaria e di polizia, dalla sicurezza alla tutela dei diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito: su questi punti non abbiamo intenzione di transigere. Un accordo commerciale è come un matrimonio: serve la volontà delle due parti. In questo, da parte inglese, non vedo progressi significativi. La posizione di Bruxelles è chiara. Come ha ricordato la Presidente della Commissione von der Leyen, noi vogliamo un accordo forte, nell’interesse di imprese e lavoratori, che tuteli i nostri marchi e prodotti di qualità, ma non possiamo sacrificare quelli che per noi sono principi irrinunciabili. In questo, le prossime
settimane saranno decisive.

Secondo lei, quali sono i punti inderogabili per l’Ue? Per l’agricoltura, ad esempio, è fondamentale la protezione delle indicazioni
geografiche dei prodotti, gli standard produttivi e igienico sanitari, il divieto alla concorrenza agroalimentare sleale, ecc.
Nei negoziati con il Regno Unito, ma più in generale in tutte le politiche europee, l’agricoltura è da sempre il settore più importante,
basti pensare che la PAC era inserita già nel Trattato di Roma del 1957. Gli investimenti di questi anni, le abilità degli imprenditori del settore hanno fatto dell’Europa il leader mondiale in agricoltura, per qualità di prodotti, sicurezza alimentare, innovazione. Oggi, circa 22 milioni di europei lavorano in questo settore. Ogni anno, tanti giovani scommettono sull’imprenditoria agricola. Dobbiamo continuare ad essere leader per qualità, innovazione e sostenibilità. Per fare questo dobbiamo mettere le nostre imprese in grado di cogliere i benefici e le opportunità del digitale. Le nuove tecnologie sono la chiave per rendere il comparto agricolo più competitivo. Oggi in Italia, l’agricoltura 4.0 è già una realtà, un mercato da 100 milioni di euro. Le oltre 300 innovazioni tecnologiche che gli imprenditori del
settore hanno sviluppato, dai sensori ai droni, al packaging intelligente, sono a beneficio di tutta la filiera e dei consumatori. Il nostro
Paese, la vostra Regione in particolare, è all’avanguardia per nuovi modelli produttivi che sanno coniugare sostenibilità e ricerca scientifica. Dobbiamo, però, fare di più e meglio. Noi vogliamo un’agricoltura moderna e competitiva, in grado di sostenere i giovani imprenditori e le loro innovazioni. La sfida è anche nei negoziati sulla Brexit (tutela delle indicazioni geografiche dei prodotti, standard di sicurezza alimentare e sanitaria, tutela dalla concorrenza agroalimentare sleale). Per questo, il Parlamento europeo si è battuto per risolvere la questione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Siamo per il libero mercato, ma sono necessari controlli rigidi sule merci provenienti dal Regno Unito per tutelare i nostri agricoltori e la salute dei consumatori.
Più in generale, il Parlamento si è speso per tutelare la Politica agricola comune nel nuovo bilancio. La delegazione di Forza Italia a Bruxelles si è opposta con forza ai tagli proposti dalla Commissione, la cui proposta tagliava del 4% i pagamenti diretti (144 milioni di euro
l’anno) e di oltre il 15% sullo sviluppo rurale (230 milioni l’anno). La stessa decisione di rinviare di due anni la riforma della PAC consente di prorogare i fondi europei attuali, con norme che agevolano una transizione graduale. È fondamentale garantire il mantenimento dei pagamenti agli agricoltori per stabilizzare il settore, fortemente colpito dal Covid-19. Abbiamo dato alle imprese agricole gli strumenti adatti per far fronte ai rischi aziendali e alle crisi di mercato.

Lei, oltre ad essere Presidente della Commissione per gli Affari Costituzionali del Parlamento europeo è anche Vice presidente di
Forza Italia, ha quindi un’ampia visione sia europea sia nazionale. Cosa si dovrebbe attuare in Italia per far ripartire l’economia nel
nostro Paese?
Abbiamo di fronte una sfida epocale: l’Italia deve saper utilizzare al meglio tutti gli strumenti messi a disposizione dall’Ue nei prossimi anni. Da un lato, infatti, è fondamentale che la Banca centrale europea continui la politica di acquisto dei titoli di Stato (il programma di acquisti vale 1350 miliardi di euro per il 2020). Ma anche il Governo deve fare la sua parte: serve da subito presentare un credibile e solido piano di riforme per usufruire del Recovery Fund. Per l’Italia questa deve essere l’occasione per un rilancio vero degli investimenti nelle infrastrutture, nel digitale, nella ricerca e per promuovere quelle riforme di cui abbiamo urgente bisogno, da quella della burocrazia a quella della giustizia. Basti pensare che la lentezza nei procedimenti civili arreca un danno di 2 punti al nostro Pil. È sempre più urgente una riforma del sistema fiscale con la flat tax. Solo una drastica riduzione delle tasse può mettere imprese e professionisti in condizioni di ripartire in tempi brevi. Oltre a questo, serve una semplificazione di tutte le procedure burocratiche che rappresentano un fardello enorme per imprese piccole, medie e grandi. Il nostro Paese ha bisogno di una visione complessiva per creare lavoro. Non serve uno Stato assistenzialista, ma una idea di politica economica e industriale che porti crescita e sviluppo. Bene il Governo che ha richiesto accesso a SURE, lo strumento pensato per tutelare i posti di lavoro che servirà a finanziare la cassa integrazione a cui purtroppo oltre metà delle nostre imprese ha dovuto accedere nei mesi scorsi. Ma ora è necessaria attivarsi anche per i 200 miliardi di euro messi a disposizione dalla Banca europea per gli investimenti. Questi finanziamenti servono per dare alle Pmi la liquidità necessaria per affrontare e superare le difficoltà causate dall’emergenza Coronavirus. Infine, l’Italia deve accedere ai fondi del MES. È un prestito pari a 36/37 miliardi di euro a condizioni di favore. Sono soldi che ci costano meno di qualsiasi altro accesso al denaro. Che il nostro sistema sanitario abbia bisogno di fondi per ristrutturare ospedali, aprire nuovi reparti di rianimazione, dotarsi di strumenti medicali tecnologicamente avanzati è sotto gli occhi di tutti. Come è evidente la necessità di assumere nuovo personale medico e sanitario, anche in vista di una seconda ondata di coronavirus. Non capisco la posizione ideologica
di parte del Governo. Investimenti in sanità sono necessari e andranno fatti comunque. Utilizzando il MES, si potrebbero liberare risorse per far ripartire l’economia.

 

E.C. – Periodico bimestrale “Gli agricoltori veneti” – 14/09/2020

 

 

 

Un Patto per il futuro: un’Italia digitale per i giovani. – Articolo per il Corriere della Sera di: Antonio Tajani e Manfred Weber

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Caro direttore, il drammatico impatto del Coronavirus sulle popolazioni e le economie mondiali ha posto l’Unione europea di fronte ad una scelta netta: ripiegare nei nostri egoismi nazionali, oppure uscire dalla crisi insieme.
La solidarietà europea ha prevalso contro ogni divisione: il Recovery Fund, per il quale il Partito Popolare Europeo si è battuto fortemente, è il segno della grande unità di valori e intenti della nostra Unione.

L’Italia è stato il primo paese Europeo ad essere stato colpito gravemente dal Covid: la crisi che ne è scaturita ha messo in ginocchio il paese. Le imprese, i lavoratori dipendenti e autonomi italiani stanno soffrendo enormemente. Da febbraio, sono stati persi circa 500.000 posti di lavoro e sono ben 400.000 in più gli italiani inattivi. A pagare il prezzo più alto sono stati i giovani: rispetto ad un anno fa, l’occupazione nella fascia tra i 15 ed i 24 anni è calata di oltre il 14%, per i giovani tra i 25 ed i 34 del 6% e del 3% per gli italiani 35-49.

L’occupazione è, invece, aumentata di un punto e mezzo per gli over 50. Insomma, oggi in Italia più si è giovani più si è penalizzati. Questa è la vera minaccia per il nostro futuro. Perché non solo in Italia, ma in tutta Europa, non possiamo permetterci una generazione perduta, che paga sulla propria pelle il prezzo di due crisi economiche in un decennio. Per la prima volta da 70 anni, l’ascensore sociale è bloccato e le giovani generazioni hanno prospettive peggiori dei propri genitori.

L’Italia ha tutto ciò che serve per ripartire, ma è necessario un rapido cambio di rotta per sfruttare al meglio le proprie capacità. L’Italia del dopoguerra non ebbe paura di affrontare le grandi sfide del tempo, grazie a grandi statisti dell’epoca, come Alcide de Gasperi. Ma anche grazie alle grandi capacità degli imprenditori. Grandi imprese come la Piaggio e l’Olivetti seppero reinventarsi dopo il conflitto mondiale, rendendo l’Italia celebre in tutto il mondo non solo per le innovazioni tecnologiche, ma soprattutto per il design e la qualità dei prodotti.

Oggi dobbiamo ritrovare lo stesso spirito degli anni del miracolo economico: l’Italia deve rinnovare la sua economia cogliendo le opportunità della grande rivoluzione del nostro tempo, quella digitale. Combinando potenziale tecnologico ed un solido tessuto industriale a grande creatività e al celebre talento nel design, nessun Paese può eguagliare il potenziale innovativo dell’Italia. Inoltre, la prossima ondata della digitalizzazione coinvolgerà in primis le piccole e medie imprese, che in Italia rappresentano oltre il 90% delle aziende ed impiegano oltre l’80% dei lavoratori. Sono la chiave per la ripartenza.

Per questo, le tante risorse messe in campo dall’Unione devono essere utilizzate nel modo migliore. Serve una visione strategica orientata al futuro per sfruttare al meglio il Recovery Fund e creare posti di lavoro, soprattutto per i giovani, come indicato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Vanno utilizzati al più presto i circa 36 miliardi che il Meccanismo Europeo di Stabilità mette a disposizione dell’Italia, per investire nel necessario rafforzamento del sistema sanitario nazionale e, con questo, liberare risorse per far ripartire l’economia.

L’Europa ha adottato misure senza precedenti per sostenere cittadini e imprese, tra cui SURE, lo strumento che finanzia la cassa integrazione e tutela i posti di lavoro degli Europei colpiti dalla crisi. Possiamo essere orgogliosi della reazione dell’Europa. Tuttavia, per noi Popolari europei, solidarietà non significa assistenzialismo: i fondi che arriveranno non vanno indirizzati in spese improduttive, ma investiti in grandi piani.

I fondi Ue per la ripresa devono assicurare all’Europa di uscire vincitrice dalla crisi. Per questo proponiamo un “Patto per il futuro” per sostenere grandi progetti europei negli anni a venire, ripercorrendo i passi dei nostri predecessori creando e sostenendo imprese ambiziose. Chiediamo che almeno un terzo del Recovery Fund venga investito nel futuro dell’Europa. Solo attraverso progetti concreti possiamo lavorare nell’interesse dei cittadini di oggi e di domani, mostrando, allo stesso tempo, l’impatto positivo che l’Europa ha sulle nostre vite.

Per l’Italia, questa è l’occasione per un vero rilancio degli investimenti nelle infrastrutture, anche quelle digitali, nella ricerca scientifica, come la lotta contro il cancro, e per promuovere le riforme di cui vi è urgente bisogno: l’Italia non può rassegnarsi a perdere due punti di Pil per la lentezza dei procedimenti civili. È fondamentale completare una riforma del sistema fiscale, con la flat tax. Serve una semplificazione di tutte le procedure burocratiche. Solo tagliando le tasse si possono aiutare le imprese piccole, medie e grandi.

La digitalizzazione è in cima alle nostre priorità. Serve uno sforzo europeo comune, per liberare le nostre imprese dal giogo delle distorsioni burocratiche che ci ostacolano nell’affrontare le sfide rappresentate da Paesi come Cina e Stati Uniti. Proponiamo di sviluppare degli standard europei comuni per la sburocratizzazione. In questo, la sfida chiave è utilizzare in modo efficace i 200 miliardi messi a disposizione dalla Banca europea per gli investimenti.

Gli italiani sanno bene che i risultati positivi arrivano quando la buona politica e l’impresa hanno la meglio sulla burocrazia: la recente ricostruzione del Ponte di Genova ne è la prova concreta. Dobbiamo sfruttare il grande spirito di solidarietà ritrovato durante questa crisi e recuperare l’ambizione e la lungimiranza del miracolo economico del secondo dopoguerra. Non per noi stessi, ma per le generazioni future. Facciamo si che i nostri figli e nipoti godano domani dei nostri sforzi di oggi.
Ne siamo certi, l’Italia e l’Europa sono pronte.

 

Antonio Tajani – Vicepresidente di Forza Italia e del Partito Popolare Europeo
Manfred Weber – Capogruppo del Partito Popolare Europeo al Parlamento europeo

Corriere della Sera – 07/09/2020