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“Il centrodestra è unito, ma non è un partito unico” – Intervista a ‘Il Giornale’

Antonio Tajani sta per salire sul palco di piazza della Repubblica a Firenze, accanto a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, per chiudere una campagna elettorale carica di aspettative per il centrodestra. Il vicepresidente di Forza Italia ha girato vorticosamente l’Italia, da Bari ad Aosta, da Vietri sul mare a Senigallia, per promuovere i candidati azzurri, anche al posto del leader Silvio Berlusconi cui il Covid ha impedito di essere personalmente in campo.
Da Firenze lanciate il messaggio di un centrodestra unito in queste elezioni, contrariamente alle forze di maggioranza?
«Perché lo siamo, uniti. Tre forze diverse, ognuna con la sua identità, ma capaci sempre di trovare una sintesi. Non siamo un partito unico e FI è l’anima della coalizione, la vera garanzia di serietà, affidabilità, qualità, come dimostriamo nella scelta dei candidati. È un partito europeista, che assicura un ponte con Bruxelles. È la forza del lavoro e dell’impresa, che ha una visione del futuro, quella indicata da un grande leader e uomo di Stato come Berlusconi, già nel suo primo discorso all’uscita dall’ospedale. Il centrodestra è unito e dall’altra parte si azzannano».
La scelta di Firenze per l’ultimo appello agli elettori vuol dire che credete nella possibilità di una vittoria in questa regione, in cui è candidata alla presidenza la leghista Susanna Ceccardi?
«Crediamo che nessuna roccaforte rossa sia inespugnabile, anche la Toscana. Sarebbe una svolta storica, certo, ed è possibile. Abbiamo conquistato tante città qui, da Siena a Pistoia, da Pisa ad Arezzo, da Grosseto a Massa. Lavoriamo per vincere e altri eventi abbiamo già fatto, ad esempio, a Vietri sul Mare in sostegno del nostro candidato governatore in Campania Caldoro e a Bari per Fitto, di Fdi».
Su quale risultato scommettete: 5 a 2? O addirittura, come dice Salvini, 7 a 0?
«In tutte le Regioni e anche i Comuni che vanno al voto possiamo prevalere. Sarà sicuramente una vittoria per noi, perché il centrodestra avrà più Regioni e città da amministrare di oggi».
Sperate che un buon risultato dia una spallata al governo?
«Confermerà che la maggioranza degli italiani non si riconosce nelle forze al governo. Dovranno tenerne conto, ma dubito che la sinistra rinuncerà al potere. Lo ha dimostrato anche respingendo le nostre offerte di collaborazione, mentre soprattutto sul piano peri fondi europei dovrebbe ragionare con il centrodestra. Vedremo che faranno, da soli».
Nelle Regioni che ha girato quale atmosfera ha sentito?
«Grande malcontento, voglia di cambiare, in particolare per la sanità troppo spesso amministrata in modo clientelare. Se non c’è una svolta, è anche perché il Pd è succube dei 5 Stelle».
Il clima particolare creato dal Covid secondo lei chi avvantaggia?
«Creare paura del voto non agevola nessuno, si può andare al seggio senza preoccupazione e spero che ci sia una grande partecipazione. Quindi dico: “Andiamo tutti a votare”. Ha ragione Berlusconi quando cita Platone, per dire che la democrazia è il potere al popolo e chi si disinteressa viene punito da persone inadeguate al governo».
Per il referendum FI non è sul Si come gli alleati.
«Noi abbiamo lasciato libertà di voto, perché non si tratta di una questione tra partiti. Molti dentro FI sono per il No, perché questa riforma avrebbe avuto bisogno di un contesto più ampio, di un riequilibrio nel potere democratico delle regioni. Penso all’autonomia, ad esempio, ai poteri di Roma capitale che dovrebbe avere uno status diverso dalle altre città. Berlusconi aveva avviato il progetto per il passaggio di poteri dalla Regione al Comune, ma a Roma la sinistra non va avanti. Basterebbe che si incontrassero Zingaretti e la Raggi, però non lo fanno».
Perché nel centrodestra gli elettori dovrebbero votare i candidati di FI?
«Perché il nostro è l’unico movimento che difende i valori fondanti dell’Occidente, quello che più si è battuto per la riduzione della pressione fiscale e per dare prospettiva di lavoro per i giovani. Non si fa crescita con i bonus».
Caldoro è l’unico candidato governatore di FI. Che chance ha?
«Puntiamo anche alla presidenza della Val d’Aosta. In Campania, Regione Covid free diventata a maggior numero di contagiati, è evidente il fallimento politico della sanità di De Luca, al di là delle inchieste giudiziarie».

Tajani: per ripartire ritornare ai valori fondanti – intervista di “Gli agricoltori veneti” – 14/09/2020

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Presidente Antonio Tajani, la pandemia COVID-19 da un lato ha messo a nudo la fragilità della coesione fra gli Stati dell’Ue con l’emergere di egoismi nazionalistici, talvolta sopiti, altre volte manifesti con contrapposizione di interessi di parte; dall’altro, anche se con qualche ritardo, la capacità di mettere in campo importanti interventi di sostegno economico. Certamente l’emergenza sanitaria ed economica provocata dalla pandemia impone un cambio di passo.
Da 70 anni l’Europa non affrontava una crisi di queste dimensioni. Non c’è in gioco un accordo economico o un regolamento.
È in ballo la stessa idea di Unione europea e il ruolo delle Istituzioni per tutelare i cittadini. Oggi, le conseguenze economiche della crisi generata dal Covid-19 sono pari a quelle di una guerra. E nel dopoguerra, cosa hanno fatto i Padri fondatori dell’Ue? Hanno messo da parte appartenenze nazionali e hanno disegnato un futuro comune. In questa Unione molte cose vanno cambiate. Ma non c’è dubbio che la risposta va trovata insieme, non Stato per Stato. Oggi, nessun singolo Stato membro può rispondere da solo alle sfide che giganti come Cina, Russia, Stati Uniti, India rappresentano per le nostre imprese e per i nostri lavoratori. La globalizzazione è un dato di fatto. Nell’economia globale, vince chi sa dare le riposte migliori alle sfide di cambiamento che i cittadini e le imprese chiedono.
In questo, l’Europa deve giocare un ruolo da protagonista. Voglio essere ottimista, anche perché, negli ultimi mesi, sono stati fatti molti importanti passi avanti. C’è una distanza abissale fra le prime risposte timide di Christine Lagarde e il Piano di Ripresa disegnato da Ursula von der Leyen. Ora spetta a noi farci trovare preparati per le opportunità che l’Ue ci offre.

L’Ue si trova a dover affrontare delle sfide epocali che segneranno fortemente il prossimo futuro. Secondo lei, l’Europa deve riscoprire lo spirito ideale e i valori dei padri fondatori per avviare un nuovo percorso di crescita?
Ritornare alle origini, recuperando la nostra identità e i nostri valori di solidarietà è questa la strada per ripartire. Oggi i cittadini europei vivono un senso di timore per il proprio futuro e per quello dei loro figli. Compito della buona politica è dare risposte concrete alle loro preoccupazioni e timori. L’Unione deve tornare ad essere il valore aggiunto per famiglie ed imprese. Serve avere la stessa visione strategica e volontà d’animo che avevano le generazioni che ci hanno preceduto. Il processo di integrazione è una storia di successo. Il bilancio storico è positivo: i benefici per i cittadini in termini di pace, democrazia, libertà e prosperità sono innegabili. Il periodo dal dopoguerra ad oggi è stato, complessivamente, il più felice e quello di maggior successo della storia europea. La realizzazione di un grande spazio di libertà economiche e civili ha contribuito a creare milioni di posti di lavoro, al benessere diffuso, a un’economia e ad una società aperta e creativa. L’economia sociale di mercato, dove il mercato è un mezzo finalizzato a creare lavoro e migliorare il tenore di vita, ha garantito opportunità, ascensori sociali e ridistribuzione del reddito. Basti pensare che nel 1957 i poveri rappresentavano il 41% della popolazione europea e la classe media il 50%. Dalla firma dei Trattati, il PIL Ue pro capite è cresciuto di oltre 4 volte, contribuendo a una riduzione delle disuguaglianze sociali senza precedenti nella storia dell’umanità. Da questo dobbiamo ripartire.

Quali sono i temi critici che stanno ostacolano una maggiore coesione fra i Paesi membri? Come possono essere risolti?
È indubbio che, dalla crisi del 2008, la rotta si è invertita. La crisi finanziaria è diventata economica, con pesanti conseguenze. Flussi migratori, spesso incontrollati, e la manodopera a basso costo hanno penalizzato soprattutto le fasce più deboli. Le stesse che, nelle periferie, vivono a contatto con esclusione e disagio sociale. Questo ha alimentato un senso d’insicurezza e angoscia per il futuro. La paura porta a rinchiudersi e al rigetto del modello di società aperta promosso dall’Occidente. Muri, frontiere, nazionalismi politici ed economici,
appaiono antidoti rassicuranti ad una globalizzazione che sembra essere sfuggita al controllo dei cittadini. Trump, la Brexit, l’emergere di sovranismi autoritari, il populismo dilagante nei partiti europei, sono sintomi di questo malessere. In questi ultimi anni, rivoluzione tecnologica, libera circolazione dei capitali e mercati sempre più aperti hanno senz’altro favorito la crescita e la competitività. Ma hanno anche creato una concorrenza al ribasso su condizioni di lavoro, fisco o standard ambientali. Appare sempre più evidente che l’attuale modello di società aperta e non ha portato solo vincitori. Prima del Covid-19, in Europa 24 milioni di persone tra i 15 e i 34 anni non studiavano e non lavoravano. 118 milioni di europei – il 24% della nostra popolazione – era a rischio povertà o esclusione sociale. Oggi c’è molto da fare. Tuttavia, la risposta non è chiudersi nei recinti nazionali ma più Europa- una Europa diversa, più politica, solidale, vicina ai cittadini. Non quella dei burocrati.

Presidente Antonio Tajani, la Commissione Affari Costituzionali ha invitato la Commissione Affari esteri, che è competente nel merito, a inserire dei punti importanti per il raggiungimento di un accordo fra l’Ue e il Regno Unito dopo la Brexit? I negoziati dovrebbero concludersi entro il 31 ottobre 2020 per consentirne l’entrata in vigore il primo gennaio 2021. A che punto sono le
trattative?
Come membro del gruppo di coordinamento del Parlamento europeo per i negoziati fra Ue e Regno Unito, seguo con preoccupazione lo
svolgersi dei negoziati. La scorsa settimana, dopo il settimo ciclo di trattative, il capo negoziatore Ue Michel Barnier si è detto “deluso
e preoccupato”. Il tempo stringe. Da parte nostra, ci sono alcuni nodi cruciali sui quali le posizioni fra le parti sono ancora distanti.
Dall’accordo sulla pesca alla cooperazione in materia giudiziaria e di polizia, dalla sicurezza alla tutela dei diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito: su questi punti non abbiamo intenzione di transigere. Un accordo commerciale è come un matrimonio: serve la volontà delle due parti. In questo, da parte inglese, non vedo progressi significativi. La posizione di Bruxelles è chiara. Come ha ricordato la Presidente della Commissione von der Leyen, noi vogliamo un accordo forte, nell’interesse di imprese e lavoratori, che tuteli i nostri marchi e prodotti di qualità, ma non possiamo sacrificare quelli che per noi sono principi irrinunciabili. In questo, le prossime
settimane saranno decisive.

Secondo lei, quali sono i punti inderogabili per l’Ue? Per l’agricoltura, ad esempio, è fondamentale la protezione delle indicazioni
geografiche dei prodotti, gli standard produttivi e igienico sanitari, il divieto alla concorrenza agroalimentare sleale, ecc.
Nei negoziati con il Regno Unito, ma più in generale in tutte le politiche europee, l’agricoltura è da sempre il settore più importante,
basti pensare che la PAC era inserita già nel Trattato di Roma del 1957. Gli investimenti di questi anni, le abilità degli imprenditori del settore hanno fatto dell’Europa il leader mondiale in agricoltura, per qualità di prodotti, sicurezza alimentare, innovazione. Oggi, circa 22 milioni di europei lavorano in questo settore. Ogni anno, tanti giovani scommettono sull’imprenditoria agricola. Dobbiamo continuare ad essere leader per qualità, innovazione e sostenibilità. Per fare questo dobbiamo mettere le nostre imprese in grado di cogliere i benefici e le opportunità del digitale. Le nuove tecnologie sono la chiave per rendere il comparto agricolo più competitivo. Oggi in Italia, l’agricoltura 4.0 è già una realtà, un mercato da 100 milioni di euro. Le oltre 300 innovazioni tecnologiche che gli imprenditori del
settore hanno sviluppato, dai sensori ai droni, al packaging intelligente, sono a beneficio di tutta la filiera e dei consumatori. Il nostro
Paese, la vostra Regione in particolare, è all’avanguardia per nuovi modelli produttivi che sanno coniugare sostenibilità e ricerca scientifica. Dobbiamo, però, fare di più e meglio. Noi vogliamo un’agricoltura moderna e competitiva, in grado di sostenere i giovani imprenditori e le loro innovazioni. La sfida è anche nei negoziati sulla Brexit (tutela delle indicazioni geografiche dei prodotti, standard di sicurezza alimentare e sanitaria, tutela dalla concorrenza agroalimentare sleale). Per questo, il Parlamento europeo si è battuto per risolvere la questione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Siamo per il libero mercato, ma sono necessari controlli rigidi sule merci provenienti dal Regno Unito per tutelare i nostri agricoltori e la salute dei consumatori.
Più in generale, il Parlamento si è speso per tutelare la Politica agricola comune nel nuovo bilancio. La delegazione di Forza Italia a Bruxelles si è opposta con forza ai tagli proposti dalla Commissione, la cui proposta tagliava del 4% i pagamenti diretti (144 milioni di euro
l’anno) e di oltre il 15% sullo sviluppo rurale (230 milioni l’anno). La stessa decisione di rinviare di due anni la riforma della PAC consente di prorogare i fondi europei attuali, con norme che agevolano una transizione graduale. È fondamentale garantire il mantenimento dei pagamenti agli agricoltori per stabilizzare il settore, fortemente colpito dal Covid-19. Abbiamo dato alle imprese agricole gli strumenti adatti per far fronte ai rischi aziendali e alle crisi di mercato.

Lei, oltre ad essere Presidente della Commissione per gli Affari Costituzionali del Parlamento europeo è anche Vice presidente di
Forza Italia, ha quindi un’ampia visione sia europea sia nazionale. Cosa si dovrebbe attuare in Italia per far ripartire l’economia nel
nostro Paese?
Abbiamo di fronte una sfida epocale: l’Italia deve saper utilizzare al meglio tutti gli strumenti messi a disposizione dall’Ue nei prossimi anni. Da un lato, infatti, è fondamentale che la Banca centrale europea continui la politica di acquisto dei titoli di Stato (il programma di acquisti vale 1350 miliardi di euro per il 2020). Ma anche il Governo deve fare la sua parte: serve da subito presentare un credibile e solido piano di riforme per usufruire del Recovery Fund. Per l’Italia questa deve essere l’occasione per un rilancio vero degli investimenti nelle infrastrutture, nel digitale, nella ricerca e per promuovere quelle riforme di cui abbiamo urgente bisogno, da quella della burocrazia a quella della giustizia. Basti pensare che la lentezza nei procedimenti civili arreca un danno di 2 punti al nostro Pil. È sempre più urgente una riforma del sistema fiscale con la flat tax. Solo una drastica riduzione delle tasse può mettere imprese e professionisti in condizioni di ripartire in tempi brevi. Oltre a questo, serve una semplificazione di tutte le procedure burocratiche che rappresentano un fardello enorme per imprese piccole, medie e grandi. Il nostro Paese ha bisogno di una visione complessiva per creare lavoro. Non serve uno Stato assistenzialista, ma una idea di politica economica e industriale che porti crescita e sviluppo. Bene il Governo che ha richiesto accesso a SURE, lo strumento pensato per tutelare i posti di lavoro che servirà a finanziare la cassa integrazione a cui purtroppo oltre metà delle nostre imprese ha dovuto accedere nei mesi scorsi. Ma ora è necessaria attivarsi anche per i 200 miliardi di euro messi a disposizione dalla Banca europea per gli investimenti. Questi finanziamenti servono per dare alle Pmi la liquidità necessaria per affrontare e superare le difficoltà causate dall’emergenza Coronavirus. Infine, l’Italia deve accedere ai fondi del MES. È un prestito pari a 36/37 miliardi di euro a condizioni di favore. Sono soldi che ci costano meno di qualsiasi altro accesso al denaro. Che il nostro sistema sanitario abbia bisogno di fondi per ristrutturare ospedali, aprire nuovi reparti di rianimazione, dotarsi di strumenti medicali tecnologicamente avanzati è sotto gli occhi di tutti. Come è evidente la necessità di assumere nuovo personale medico e sanitario, anche in vista di una seconda ondata di coronavirus. Non capisco la posizione ideologica
di parte del Governo. Investimenti in sanità sono necessari e andranno fatti comunque. Utilizzando il MES, si potrebbero liberare risorse per far ripartire l’economia.

 

E.C. – Periodico bimestrale “Gli agricoltori veneti” – 14/09/2020

 

 

 

Un Patto per il futuro: un’Italia digitale per i giovani. – Articolo per il Corriere della Sera di: Antonio Tajani e Manfred Weber

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Caro direttore, il drammatico impatto del Coronavirus sulle popolazioni e le economie mondiali ha posto l’Unione europea di fronte ad una scelta netta: ripiegare nei nostri egoismi nazionali, oppure uscire dalla crisi insieme.
La solidarietà europea ha prevalso contro ogni divisione: il Recovery Fund, per il quale il Partito Popolare Europeo si è battuto fortemente, è il segno della grande unità di valori e intenti della nostra Unione.

L’Italia è stato il primo paese Europeo ad essere stato colpito gravemente dal Covid: la crisi che ne è scaturita ha messo in ginocchio il paese. Le imprese, i lavoratori dipendenti e autonomi italiani stanno soffrendo enormemente. Da febbraio, sono stati persi circa 500.000 posti di lavoro e sono ben 400.000 in più gli italiani inattivi. A pagare il prezzo più alto sono stati i giovani: rispetto ad un anno fa, l’occupazione nella fascia tra i 15 ed i 24 anni è calata di oltre il 14%, per i giovani tra i 25 ed i 34 del 6% e del 3% per gli italiani 35-49.

L’occupazione è, invece, aumentata di un punto e mezzo per gli over 50. Insomma, oggi in Italia più si è giovani più si è penalizzati. Questa è la vera minaccia per il nostro futuro. Perché non solo in Italia, ma in tutta Europa, non possiamo permetterci una generazione perduta, che paga sulla propria pelle il prezzo di due crisi economiche in un decennio. Per la prima volta da 70 anni, l’ascensore sociale è bloccato e le giovani generazioni hanno prospettive peggiori dei propri genitori.

L’Italia ha tutto ciò che serve per ripartire, ma è necessario un rapido cambio di rotta per sfruttare al meglio le proprie capacità. L’Italia del dopoguerra non ebbe paura di affrontare le grandi sfide del tempo, grazie a grandi statisti dell’epoca, come Alcide de Gasperi. Ma anche grazie alle grandi capacità degli imprenditori. Grandi imprese come la Piaggio e l’Olivetti seppero reinventarsi dopo il conflitto mondiale, rendendo l’Italia celebre in tutto il mondo non solo per le innovazioni tecnologiche, ma soprattutto per il design e la qualità dei prodotti.

Oggi dobbiamo ritrovare lo stesso spirito degli anni del miracolo economico: l’Italia deve rinnovare la sua economia cogliendo le opportunità della grande rivoluzione del nostro tempo, quella digitale. Combinando potenziale tecnologico ed un solido tessuto industriale a grande creatività e al celebre talento nel design, nessun Paese può eguagliare il potenziale innovativo dell’Italia. Inoltre, la prossima ondata della digitalizzazione coinvolgerà in primis le piccole e medie imprese, che in Italia rappresentano oltre il 90% delle aziende ed impiegano oltre l’80% dei lavoratori. Sono la chiave per la ripartenza.

Per questo, le tante risorse messe in campo dall’Unione devono essere utilizzate nel modo migliore. Serve una visione strategica orientata al futuro per sfruttare al meglio il Recovery Fund e creare posti di lavoro, soprattutto per i giovani, come indicato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Vanno utilizzati al più presto i circa 36 miliardi che il Meccanismo Europeo di Stabilità mette a disposizione dell’Italia, per investire nel necessario rafforzamento del sistema sanitario nazionale e, con questo, liberare risorse per far ripartire l’economia.

L’Europa ha adottato misure senza precedenti per sostenere cittadini e imprese, tra cui SURE, lo strumento che finanzia la cassa integrazione e tutela i posti di lavoro degli Europei colpiti dalla crisi. Possiamo essere orgogliosi della reazione dell’Europa. Tuttavia, per noi Popolari europei, solidarietà non significa assistenzialismo: i fondi che arriveranno non vanno indirizzati in spese improduttive, ma investiti in grandi piani.

I fondi Ue per la ripresa devono assicurare all’Europa di uscire vincitrice dalla crisi. Per questo proponiamo un “Patto per il futuro” per sostenere grandi progetti europei negli anni a venire, ripercorrendo i passi dei nostri predecessori creando e sostenendo imprese ambiziose. Chiediamo che almeno un terzo del Recovery Fund venga investito nel futuro dell’Europa. Solo attraverso progetti concreti possiamo lavorare nell’interesse dei cittadini di oggi e di domani, mostrando, allo stesso tempo, l’impatto positivo che l’Europa ha sulle nostre vite.

Per l’Italia, questa è l’occasione per un vero rilancio degli investimenti nelle infrastrutture, anche quelle digitali, nella ricerca scientifica, come la lotta contro il cancro, e per promuovere le riforme di cui vi è urgente bisogno: l’Italia non può rassegnarsi a perdere due punti di Pil per la lentezza dei procedimenti civili. È fondamentale completare una riforma del sistema fiscale, con la flat tax. Serve una semplificazione di tutte le procedure burocratiche. Solo tagliando le tasse si possono aiutare le imprese piccole, medie e grandi.

La digitalizzazione è in cima alle nostre priorità. Serve uno sforzo europeo comune, per liberare le nostre imprese dal giogo delle distorsioni burocratiche che ci ostacolano nell’affrontare le sfide rappresentate da Paesi come Cina e Stati Uniti. Proponiamo di sviluppare degli standard europei comuni per la sburocratizzazione. In questo, la sfida chiave è utilizzare in modo efficace i 200 miliardi messi a disposizione dalla Banca europea per gli investimenti.

Gli italiani sanno bene che i risultati positivi arrivano quando la buona politica e l’impresa hanno la meglio sulla burocrazia: la recente ricostruzione del Ponte di Genova ne è la prova concreta. Dobbiamo sfruttare il grande spirito di solidarietà ritrovato durante questa crisi e recuperare l’ambizione e la lungimiranza del miracolo economico del secondo dopoguerra. Non per noi stessi, ma per le generazioni future. Facciamo si che i nostri figli e nipoti godano domani dei nostri sforzi di oggi.
Ne siamo certi, l’Italia e l’Europa sono pronte.

 

Antonio Tajani – Vicepresidente di Forza Italia e del Partito Popolare Europeo
Manfred Weber – Capogruppo del Partito Popolare Europeo al Parlamento europeo

Corriere della Sera – 07/09/2020

Tajani: «In Puglia vinciamo noi. A Fi la presidenza del Consiglio» – La Gazzetta del Mezzogiorno – 29/08/2020

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ll n. 2 azzurro «vede» Il «cappotto» con Campania e Toscana.

Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia, ieri era a Bari per la presentazione delle liste azzurre alle elezioni regionali.

Quante Regioni ritenete di poter strappare al centrosinistra?
Siamo certi di poter vincere in Puglia e nella Marche, oltre che naturalmente in Veneto e Liguria. Ma stiamo assistendo ad un crollo dei consensi per gli avversari, De Luca su tutti, in Campania e in Toscana. Siamo in campo per vincere ovunque.

In Puglia il candidato unitario del centrodestra è Raffaele Fitto, ex Forza Italia fino alla clamorosa rottura con Berlusconi. Pace fatta?
Pace fatta da tempo. Lo stesso presidente Berlusconi ha più volte sottolineato che Raffaele Fitto è il candidato migliore. E ieri gli ha anche donato una torta per il suo compleanno. Le ferite sono ricucite, lo sosterremo con lealtà, certi di essere protagonisti della vittoria e punti di riferimento di tutti i moderati e riformisti pugliesi. Abbiamo delle liste straordinariamente competitive, dove tutti sono eleggibili e pronti a dare un forte contributo per rimediare ai danni fatti dalle sinistre negli ultimi 15 anni.

Però Fitto ha rimarcato che in caso di vittoria la vicepresidenza andrà alla Lega. Ci tenevate?
No, vicepresidenza alla Lega e presidenza del Consiglio regionale a Forza Italia. Abbiamo un’ampia rosa di nomi pronti a rivestire con successo quel ruolo.

Esclude colpi bassi all’interno della coalizione?
Salvini ha compreso che su Fitto e Caldoro, aveva ragione Berlusconi. Noi di Forza Italia sappiamo come bisogna governare al Sud. Non dimentichi che il Cavaliere è un meridionale che parla milanese. Nessun colpo basso e noi a garanzia per tutto il centrodestra.

Forza Italia negli ultimi anni ha perso in Puglia potenti portatori di voti. Massimo Cassano e Simeone Di Cagno Abbrescia ora sono con il «nemico». Errore strategico?
Ho un ottimo rapporto personale con entrambi. Ed è stato un peccato averli politicamente persi. In politica contano il consenso e la capacità di aggregarlo, mai le vendette. Le nostre porte restano aperte al contributo di tutti coloro i quali vogliono collaborare al nostro progetto nazionale e locale.

Secondo lei, i più grossi fallimenti di Michele Emiliano?
Che Emiliano non abbia governato è sotto gli occhi di tutti. Penso alla Xylella, alla Sanità ormai distrutta, ad una regione in cui il coronavirus ha colpito poco rispetto al Nord, ma molto e con danni enormi rispetto alle altre regioni del Sud. L’incapacità di Emiliano del resto è certificata dalla presenza di altri due candidati nell’ambito di quella che è la maggioranza al governo nel Paese. Mi riferisco alla Laricchia e a Scalfarotto. Ovvero, Emiliano non piace neanche agli alleati di sinistra.

Tajani, dopo il voto regionale, con la crisi che sta colpendo famiglie e aziende e il Covid che rialza la testa, sarebbe favorevole ad un governo di unità nazionale?
No. Abbiamo offerto la massima collaborazione e ci hanno boicottato, andando avanti a voti di fiducia e bocciando i nostri emendamenti. Siamo e faremo opposizione, con responsabilità.

Il 20 e 22 si vota anche il referendum sul taglio dei parlamentari. Forza Italia che indicazioni darà?
Deciderà il comitato di presidenza, sebbene giudichiamo l’attuale riforma fatta male. Siamo favorevoli ad una rivisitazione del numero dei parlamentari, ma solo in un contesto ampio di riforme, come già proposto da noi.

A proposito di Coronavirus, cosa pensa dei negazionisti e di chi ha minimizzato il pericolo contribuendo all’attuale forte aumento dei casi? A Briatore vorrebbe dire qualcosa?
Personalmente uso sempre la mascherina e cerco di mantenere le distanze di sicurezza. Negare o non vedere è inutile e pericoloso perché la malattia c’è, anche se è sbagliato sfruttarla per fini politici come vorrebbe fare chi pensa ad un rinvio delle elezioni regionali: bisogna andare a votare, lo Stato deve fare tutto il possibile, il Governo deve fare tutto ciò che è possibile per tutelare la salute dei cittadini, far rispettare le regole e fare in modo che si possa andare a votare e poi si possa anche ripartire con la scuola. Detto questo, a Flavio Briatore, e a tutti coloro che al momento sono colpiti dal virus, faccio gli auguri di una pronta guarigione.

Roberto Calpista – La Gazzetta del Mezzogiorno – 29/08/2020

Tajani «Subito più poteri per Roma. Il nostro candidato sarà civico» – intervista a Il Messaggero – 29/08/2020

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Onorevole Tajani, a sinistra si sta pensando a un sottosegretario a Palazzo Chigi che si occupi di Roma. E voi del centrodestra state a guardare?
«Pd e grillini usano Roma per i loro giochi. Un sottosegretario nuovo sarebbe l’ennesima mossa propagandistica. La Capitale ha bisogno di serietà».

Non è che invece avete paura che Conte e i rossogialli prendano finalmente per le corna il toro della questione romana, e magari vi sconfiggano poi alle elezioni del 2021?
«Tutta questa loro dedizione ai problemi della Capitale non la vedo affatto. Al massimo, sottosegretario sì o sottosegretario no, faranno una task force, tanto ormai non si nega a nessuno e non serve a niente».

Anche voi del centrodestra però non state brillando.
«Noi però, liberi da ipoteche, senza avere il problema della Raggi che è una zavorra per i nostri avversari, abbiamo un’idea chiarissima di ciò che vogliamo fare per Roma».

E cioé?
«Ci batteremo, da qui a prima del voto del 2021, per far approvare la legge costituzionale su poteri e risorse per la Capitale, che abbiamo presentato alla Camera, a firma di tutti i parlamentari di Roma e del Lazio, con cui si porta a termine il percorso di rafforzamento inaugurato da Berlusconi nel 2009 con la legge per Roma Capitale. Prevede per la Capitale italiana uno status simile a quello che hanno Parigi, Berlino, Madrid. Non si può trattare l’Urbe come una città normale».

La legge Berlusconi è stata abbandonata per colpa della Lega, ma la Lega c’è ancora nella vostra coalizione.
«C’è però anche una consapevolezza diversa del fatto che l’immagine e la forza dell’Italia, senza il pieno riconoscimento legislativo e politico della sua città guida, non potranno crescere. C’è un discorso patriottico da fare su Roma e nel centrodestra questa sensibilità ormai è pienamente acquisita».

Guardi però che dare attuazione alla legge di Berlusconi 2009 è anche quello che dovrebbe fare il sottosegretario giallorosso.
«Li voglio vedere. Litigano su tutto, e non credo proprio che Roma rappresenterà il loro miracolo di pragmatismo e operosità. Non ci sono proprio i presupposti».

Il problema, anche per voi, non è che Roma è indebitata fino al collo?
«Bisogna ristrutturare il debito del Campidoglio, non facendo più spendere soldi ai cittadini per gli interessi. Ma facendo intervenire lo Stato. L’importante è che questa città capitale non deve essere messa sotto tutela né della Regione né dal governo e non può essere oggetto dei loro capricci. Se Zingaretti ha a cuore Roma, ceda i poteri ma la Raggi non li ha chiesti e lui non li vuole cedere».

La prima cosa da fare?
«La smettano con i balletti. La sindaca si dimetta per manifesta incapacità e tutte le forze politiche presentino al più presto candidati non improbabili».

Voi perché non avete ancora il candidato?
«Lo stiamo cercando e non è facile da trovare. Dev’essere una figura modello Bertolaso. Un uomo del fare».

Ma esiste a Roma una figura del genere?
«Fuori dal mondo della politica va individuato. E dev’esser uno, o una, capace di volare alto per quanto riguarda le ambizioni di Roma e il suo sviluppo al servizio anche dell’Italia e allo stesso tempo in grado di garantire il funzionamento ordinario di questa metropoli. L’importante è che tuteli l’interesse generale e non quello di un partito o di un altro».

Nomi?
«Siamo per ora all’identikit. Un sindaco manager. Che sia espressione larga della città, trasversale e non autoreferenziale. L’importante è che abbia solo Roma come sua ambizione. E non, come accade agli esponenti della sinistra e alla Raggi, che pensi poi a come riposizionarsi. I danni che la Raggi ha fatto alla città non possono essere ripetibili perché Roma e già allo stremo e ha pagato fin troppo per colpa dell’incapacità al potere in questi anni umilianti».

Il programma qual è?
«C’è per esempio da sburocratizzare. Da velocizzare ogni processo decisionale. Non possiamo bloccare i lavori pubblici perché lo vuole una soprintendenza. Si faccia un museo se si scoprono area archeologiche e si vada avanti. C’è una cultura del vincolo che è diventata immobilismo e Roma invece ha bisogno, nel rispetto delle regole, di sviluppo e di futuro. Occorre un salto di qualità, un surplus di ambizione, fantasia e creatività. E, appunto, l’attuazione di quelle leggi che possano garantire alla Capitale una svolta nel campo dei trasporti, della viabilità, della pulizia e del decoro, e anche nella sicurezza pur non dipendendo solo dal sindaco».

 

Mario Ajello – Il Messaggero – 29/08/2020

«Ora basta dialogo. Sulle elezioni locali l’esecutivo rischia» – Intervista al Corriere della Sera

 

Con il patto «anti-inciucio» siglato due giorni fa dai tre leader del centrodestra «parte un’azione e assieme un cammino per portare la nostra coalizione al governo». Lo dice Antonio Tajani, vice presidente di Forza Italia, spazzando via ogni dubbio su un eventuale appoggio al governo, ipotesi di cui a lungo si è a ragionato: «Noi abbiamo offerto il nostro aiuto per il bene dell’Italia, non del governo. Non ci hanno mai ascoltati, nemmeno invitati a palazzo Chigi come Conte aveva promesso. Il nostro spirito di servizio è stato scambiato per appoggio politico, che non è mai esistito».

Quindi si chiude ogni capitolo per una futura collaborazione?
«Certo, ma non era un capitolo aperto. Noi abbiamo fatto proposte, eravamo pronti a un confronto. Ma il governo non si è mosso. Perché non hanno alcuna visione strategica. Vanno avanti con misure assistenzialiste, stataliste, che non porteranno a nulla. Anche Draghi lo ha detto: una cosa è fare debito buono, altra debito cattivo».

Draghi possibile premier in caso di necessità come lo vedrebbe?
«Non credo proprio che sia interessato. Lui da economista serio fa analisi serie, e noi le condividiamo».

Ma voi vi sentite pronti ad essere alternativa al governo per far uscire il Paese dalla crisi solo perché avete siglato un patto?
«Ci sentiamo pronti perché quel patto si basa su contenuti e su una visione strategica del Paese. Infrastrutture per rilanciare il Paese, presidenzialismo per un governo stabile e forte, riforma della giustizia che significa anche efficienza e Pil. I soldi che l’Europa è disposta a dare arrivano se i piani su come spenderli sono credibili. E noi sappiamo cosa fare».

In concreto significa che siete pronti a chiedere le elezioni se le Regionali dovessero vedervi vincenti?
«Le Regionali diranno molto su quello che pensano gli italiani, visto che si vota in maniera omogenea in tutto il territorio. Inoltre è evidente che il solo fatto che noi ci presentiamo uniti ovunque e che loro sono divisi quasi dappertutto, addirittura con ministri che già si appellano al voto disgiunto, significa molto e può avere conseguenze. Certo, il loro attaccamento al potere non renderà le cose facili. Sarà il presidente Mattarella a valutare la situazione».

Giorgia Meloni è pronta a scendere in piazza per ottenere il voto.
«Ne parleremo, siamo forze diverse con diversi approcci e FI è centrale, essenziale, trainante quindi decideremo assieme. Ma in ogni caso, il governo è a rischio, perché prima o poi i nodi vengono al pettine, le contraddizioni esplodono».

Teme un rinvio delle Regionali?
«Hanno una gran paura, è un altro segnale di debolezza. Noi vogliamo si voti, rispettando le regole di sicurezza. E come giustamente ha chiesto il nostro candidato in Campania Caldoro, vorremmo che i presidenti di Regione fossero commissariati sull’emergenza, perché non possano usare il Covid a fini elettorali».

Tajani: «Ora Fi impari dal Napoli di Gattuso, si vince di squadra» – Il Mattino 18/08/2020

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«Ora tutti devono correre, non è più il tempo delle polemiche. Dobbiamo farlo per Forza Italia, per Stefano Caldoro e soprattutto per i cittadini campani che vivono in una Regione mal governata».
Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia, prova a dare la scossa, da settimane è impegnato sul dossier delle regionali in Campania: un compito complesso, affidatogli direttamente da Silvio Berlusconi, soprattutto nel provare a depotenziare e far rientrare tutti i dissidi interni al partito in Campania. La pace di Ferragosto siglata in Fi secondo l’ex presidente del Parlamento europeo riesce a tenere, anche se le dichiarazioni contro Caldoro da parte di Armando Cesaro nell’intervista di ieri al Mattino fanno ancora discutere.

Cesaro junior ha ammesso che rispetterà gli accordi e si impegnerà per le elezioni, ma dice pure che si aspettava di essere difeso da Caldoro e dal partito. Come ne esce Fi dopo essersi fatta imporre da Salvini il suo passo indietro?

«Lei vorrebbe che in un partito, in vista di elezioni importanti, non ci fossero fibrillazioni? Utopia. Il nostro è un partito vivace, ma analoghe discussioni ci sono ovunque, è un gioco delle parti. Smettiamola però di dire che Salvini impone scelte a Fi, è stato Cesaro stesso a ritirare la propria candidatura. Noi siamo in una coalizione e non siamo succubi di nessuno».

Il diktat di Salvini ha però colto nel segno.

«C’era un diktat pure sulla ricandidatura di Caldoro, poi alla fine ha prevalso la linea di Berlusconi e l’ha spuntata. Non per ragioni di simpatia, ma perché Stefano ha già dimostrato di essere un ottimo amministratore ed è quello che serve alla Campania. Del resto quando Berlusconi scende in campo arrivano solo vittorie e siamo una risorsa per l’intera coalizione: abbiamo presentato tre candidati in Molise, Calabria e Basilicata e vinto tutte le competizioni. Proprio in Basilicata tutti davano il nostro candidato, Vito Bardi, per spacciato. Poi alla fine ha vinto, chissà che non accada anche con Caldoro, ce la possiamo fare».

La poltrona di coordinatore di Mimmo De Siano regge dopo le liti sulle liste?

«De Siano è stato responsabile, serio, affidabile. Tutta la classe dirigente lo è stata proprio perché si è arrivati ad un accordo. Saranno tutti candidati ad espressione di tutte le anime del partito. Ora però basta discussioni, bisogna lavorare tutti per il simbolo: da Paolo Russo a Fulvio Martusciello, da Mimmo De Siano a Luigi e Armando Cesaro e ai deputati di Salerno come Luigi Casciello e Enzo Fasano. Facciamo come il Napoli di Gattuso in Coppa Italia, si vince di squadra, non facendo la conta tra vinti e vincitori».

Non crede sia complesso battere De Luca?

«De Luca è un buon attore, ma in questo campo Napoli ha avuto di meglio se pensiamo a Troisi o Totò. Qui di attori non ne servono, ma ci vuole gente seria e capace. Se i 5 Stelle, sulla scorta degli accordi di Palazzo con il Pd, fanno già desistenza nella battaglia alla sinistra, allora noi dobbiamo essere la vera alternativa, quella che dà soluzioni, non che specula sui problemi».

Confida nelle inchieste sulla sanità in Campania sulle spese per l’emergenza Covid?

«Neppure per scherzo, noi siamo garantisti e la magistratura farà il suo corso. La questione non è giudiziaria. Al di là del Coronavirus dove si è svelato il bluff di De Luca visto che i contagi risalgono, la vicenda riguarda come gestire la sanità e i cittadini campani le vedono ancora oggi le barelle in mezzo ai corridoi degli ospedali. Parliamo di un governatore che non si batte neppure per usare i soldi del Mes che l’Europa ha stanziato, in Campania sarebbero diversi milioni».

Caldoro ha scritto al presidente Mattarella chiedendo di commissariare De Luca per l’emergenza Covid. Intravede anche lei un pericolo di conflitto di interessi per chi è sia candidato che amministratore in questo momento? Le elezioni andrebbero rinviate?

«Trovo giustissime le perplessità di Caldoro che sono anche mie. Non so se le elezioni si svolgeranno, ma servirà un’attenta riflessione su questa sovrapposizione di ruoli e funzioni del governatore che possono pregiudicare lo svolgimento democratico del voto. Soprattutto se parliamo di un personaggio come De Luca che ama giocare a fare il John Wayne e a emettere e ritirare ordinanze. Non è un caso se in Calabria e Basilicata, Regioni dove ci sono nostri governatori, le discoteche siano state chiuse prima che lo decidesse il governo».

Avrà pure un giudizio critico su De Luca, ma un bel po’ di esponenti di Fi sono andati a rimpolpare le sue liste. È un caso?

«Un conto sono i candidati, un altro gli elettori e queste scelte, di solito, sono sempre punite nelle urne».

Giorgia Meloni ha svolto un’iniziativa elettorale con Caldoro, Berlusconi ci sarà. Salvini come mai non viene a tirare la volata?

«Tutti i leader sono impegnati ovunque si vota. Berlusconi è un napoletano che parla milanese, di certo sarà con noi per dare la scossa per una vittoria che non è impossibile. Da cittadino onorario di Vietri sul Mare, da dove viene la mia famiglia, conosco bene la Campania e so che ce la giocheremo fino alla fine questa partita».

 

Valentino Di Giacomo – Il Mattino – 18/08/2020

Tajani «Così è il Venezuela. Il governo ha perso la sua credibilità» – intervista a Il Messaggero 9/8/20

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«Il punto è chiaro: il governo ha perso la sua credibilità. Per mesi ha fatto credere a milioni di italiani che contro il Covid si muoveva sulla base delle indicazioni degli scienziati. Indicazioni tenute segrete. Ora emerge invece che ha attuato scelte politiche. La prima cosa che viene in mente di fronte a un comportamento simile è che le scelte degli scienziati siano state tenute segrete perché così era più facile tenere in piedi il governo e allargarne i poteri. Ma scelte di questo genere non sono da paese Occidentale, fanno pensare a un clima venezuelano».

Al telefono, dal suo fresco buon retiro di Fiuggi, il numero due di Forza Italia Antonio Tajani attacca a fondo il governo Conte.

Onorevole Tajani ma non le pare di esagerare?

«Ma neanche un po’. Non capisco come sia possibile che una relazione riservata, anzi segreta, del Comitato Tecnico Scientifico stilata il 3 marzo arrivi al presidente del Consiglio il giorno 5. Non era uno studio filosofico ma una relazione su un argomento caldissimo, come l’istituzione di nuove zone rosse in Lombardia, che in quei giorni preoccupava tutti i 60 milioni di italiani».

Lei non crede alla versione fornita dal premier?

«Non è questo il punto. Come minimo, stando proprio alle dichiarazione di Conte, mi pare che quella relazione sia stata sottovalutata dallo staff di Palazzo Chigi. O forse non è stata letta e comunque non è stata consegnata al premier con la doverosa solerzia. Chi e quanto ha sbagliato?».

Sta chiedendo ulteriori dettagli a Conte?

«Nello stesso interesse del presidente del Consiglio è doveroso che si presenti alle Camere per un chiarimento. Un chiarimento che non può essere limitato alla cronologia degli avvenimenti ma che dovrà allargarsi alle stesse scelte politiche del governo».

E normale che l’opposizione definisca sbagliate le scelte del governo.

«Ma qui c’è molto di più».

E cosa?

«lo pur essendo un esponente di una forza di opposizione riconosco al governo di aver dovuto affrontare un tornante brutto e imprevisto. Ne sono usciti dicendo che tutte le forzature, termine improprio, che facevano erano dettate dalle indicazioni degli scienziati e dall’emergenza sanitaria. Ebbene ora scopriamo che le indicazioni della scienza non venivano rispettate. E allora la storia cambia completamente».

il governo ha agito in malafede? 

«Non credo sia stato travolto dagli avvenimenti. Ha fatto scelte non dettate dalla scienza dicendo di farlo e dunque ha sbagliato due volte. Non posso dimenticare i provvedimenti frontali adottati contro una timidissima riapertura varata dalla presidente della Calabria, loie Santelli, in nome delle indicazioni degli scienziati. Era un confronto sulla salute pubblica o uno scontro che aveva l’obiettivo di assicurare i pieni poteri all’esecutivo?».

Conte ha superato i limiti costituzionali?

«Avverto i segnali di un clima venezuelano. Lo vedo nell’esautorazione del ruolo del Parlamento, nella scelta sbagliata di chiudere tutto danneggiando economicamente il Sud ma anche nell’assistenzialismo diffuso che caratterizza i provvedimenti economici dell’esecutivo e nell’espansione del ruolo dello Stato».

E la gestione della pandemia ha favorito questo disegno?

«Il governo Conte è un esecutivo debole per mille ragioni, non ultima i numeri ballerini in Senato. La gestione accentrata della crisi e la scelta di usare strumenti amministrativi come i Dpcm non controllati dal Parlamento, la strana secretazione di atti tecnici sono tutti strumenti utili a tenere in piedi un governo non all’altezza. Di questo Conte dovrà rispondere al parlamento e agli italiani».

 

 

Il MessaggeroDiodato Pirone – 09/08/2020