“Serve un processo. L’Italia lo pretenda senza colpire i nostri interessi industriali” – Intervista a ‘La Repubblica’

«Io credo che sull’omicidio Regeni non si possano avere tentennamenti: l’Italia deve pretendere che i colpevoli vengano processati e condannati, in un tribunale italiano o egiziano poco conta, l’importante è arrivare alla verità sulla morte di Giulio». Il vicepresidente del Ppe, Antonio Tajani, numero 2 di Forza Italia, non ha dubbi su quale posizione debba assumere Roma nei confronti del Cairo. «Badando però», avverte, «a non compromettere gli interessi nazionali. Una cosa sono i rapporti commerciali con un Paese amico e strategico per la nostra economia e gli equilibri geopolitici, altro la necessaria cooperazione giudiziaria».

Finora Al Sisi si è mostrato tutt’altro che collaborativo. Quali armi ha l’Italia per convincerlo a processare i suoi uomini?

«Le anni della politica e della diplomazia, facendo leva sul ruolo fondamentale che l’Italia ha nel Mediterraneo come fattore di stabilità e di pace, a dispetto dei recenti errori commessi dal nostro governo, anche sulla Libia. L’Italia ha tutto il diritto di ottenere un regolare processo».

Ma senza questa certezza i rapporti bilaterali con l’Egitto vanno riconsiderati, a partire dalla vendita delle due Fregate Fremm?

«Io credo che le due cose debbano essere tenute separate. L’Italia deve essere così abile politicamente da far capire ad Al Sisi che non consentiremo che l’omicidio di un nostro connazionale resti impunito e al tempo stesso difendere i nostri interessi industriali. Esigere verità e giustizia non può essere barattato con i rapporti commerciali, ma nemmeno li deve ostacolare».

A proposito di interessi nazionali, sulla Libia l’Italia ormai gioca da comprimario rispetto a Russia e Turchia. Di chi è la colpa?

«La Libia è la dimostrazione che senza una politica estera a livello europeo rischia di perdere l’Europa tutta, non solo noi. Nel continuo braccio di ferro fra italiani e francesi, con gli inglesi che hanno interferito, ora in quell’area non conta né l’Italia né la Francia. Ma la Libia è fondamentale per coprire il nostro fabbisogno energetico, per il controllo delle rotte migratorie… In politica non esistono spazi vuoti: se tu li lasci, li riempiono gli altri. E gli interessi turchi confliggono, per tante ragioni, con quelli italiani».

Dove sbaglia il governo Conte?

«L’Italia non può avere una politica estera altalenante. Non si può accettare, per esempio, che attraverso la Via della Seta i cinesi colonizzino il meglio dell’impresa italiana. Guai a vendergli i porti di Taranto e Trieste, diventerebbero le teste di ponte per fagocitare asset e tessuto produttivo. Già fanno dumping su tanti settori, dalla ceramica all’acciaio, comprano per allargare la loro sfera di influenza. Ed esportare un modello che non rispetta i diritti umani».

Ce l’ha col ministro Di Maio?

«Il M5S sta facendo danni all’Italia perché ideologizza la politica estera. Senza un legame forte con l’Europa, un’alleanza con gli Usa, un ruolo nel Mediterraneo l’Italia si indebolisce. C’è uno strabismo verso tutta la filiera cinese: penso al Venezuela. Quando la stragrande maggioranza dei paesi europei riconobbe Guaidò presidente ad interim, noi rifiutammo. In America latina ci si schiera con le dittature chaviste e terzomondiste, mentre il popolo muore di fame e subisce violenze».

Però pure Salvini guarda più a Putin che a Trump ed è ostile all’Europa. Come fate ad andare avanti se la pensate all’opposto?

«La Russia dev’essere un interlocutore. E comunque noi siamo una coalizione, non un partito unico, determinata anche dall’attuale legge elettorale. Fi fa parte del Ppe e non ha intenzione di rinunciare alla sua identità. Il Coronavirus dimostra che sarebbe un suicidio politico uscire dall’Europa».

Intanto FI sostiene il governo e Lega e Fdl alzano le barricate…

«Noi non sosteniamo il governo, sosteniamo l’Italia. E voteremo a favore del Mes se serve per risistemare la sanità, Così come abbiamo votato, e siamo stati determinanti, sullo scostamento di bilancio».

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